Stazione Gorizia centrale, sabato 25 maggio treno delle 8,18 per Udine. Alessia Bernardi, 31 anni, madre di Emanuele, cinque anni e mezzo, ragazzino affetto da una malattia rara mitocondriale si accingono a prendere il treno che li porterà, o meglio, li avrebbe dovuti portare all’ospedale di Udine per una delle visite di routine del piccolo. La malattia di Emanuele tra le altre cose porta un ritardo psicomotorio, sordità, ritardo dello sviluppo e quindi, rispetto ad altri bambini, fare quelle scale che portano al binario comporta più tempo.

Succede che quel sabato mattina un poliziotto, vedendo la lentezza del bambino, chiede loro di spostarsi perché sta intralciando i pendolari e sottolinea che, in quelle situazioni, le otto di mattina sono un ‘orario insano’: bisognava togliersi di mezzo. “Io sono rimasta sbalordita perché tra le altre cose Gorizia è una città piccola, viaggio spesso in treno, anche l’altro mio figlio soffre della stessa patologia. Ci conoscono ormai alla stazione e sanno la nostra situazione. Ho pensato che questa persona ce l’avesse con me per qualche motivo. In quel momento mi sono passate davanti un miliardo di possibili motivazioni che giustificassero quella reazione. L’unica cosa che sono riuscita a dire è “Ma mio figlio è disabile“. Ho estratto dalla borsa la cartella per documentare il tutto” dichiara con un filo di voce la madre di Emanuele.

Due figli con la stessa patologia, il più grande Filippo di otto anni e Emanuele di cinque anni e mezzo che quella mattina sarebbe dovuto arrivare a Udine per presentarsi alla visita medica presso l’ospedale della città. E’ conosciuta Alessia a Gorizia, e spesso ha chiesto assistenza al personale di Trenitalia il quale si è sempre dimostrato disponibile. Ma questa volta è un poliziotto che, cartella alla mano, rincara la dose: “Anche se è disabile suo figlio si deve togliere”. Da quel momento Alessia ci afferma che è stata sopraffatta da una serie di emozioni contrastanti che l’hanno fatta scoppiare in un pianto liberatorio ricevendo la solidarietà dei pendolari che hanno assistito alla scena. L’unica cosa che è riuscita a fare è stata fermarsi su quelle scale, lasciare libero il passaggio ai pendolari e chiamare il marito. All’arrivo di quest’ultimo sono andati all’ufficio della Polfer nel quale è stato offerto loro un rimborso di due euro per il biglietto ma non sono arrivate le scuse. Alessia e Emanuele alla visita non sono mai arrivati perché il treno l’hanno perso sabato mattina. “Mi vergognavo a tal punto dell’accaduto che all’ospedale mi sono inventata che mi sono dimenticata della visita” afferma la mamma del piccolo. Lo sfogo della madre arriva su Facebook sulla pagina di Iacopo Melio#Vorreiprendereiltreno” una Onlus nata con l’obiettivo di abbattere barriere non solo fisiche ma anche appunto culturali. Ecco le parole del suo post:

Mi chiamo Emanuele e ho 5 anni. Mi piacciono molto i treni e a casa ne ho tanti giocattolo, anche se sono più belli…

Posted by Vorreiprendereiltreno on Mercoledì 27 maggio 2015