Nel 2014 solo 16.500 contribuenti hanno deciso di destinare il 2 per mille della loro Irpef a un partito politico, per un totale di circa 325mila euro. Il dato non sorprende più di tanto. La donazione individuale è bassa e i partiti non godono di molta popolarità. Spazio ai grandi finanziatori.

di Paolo Balduzzi* (lavoce.info)

I numeri e i problemi del due per mille

Primavera: quel tempo in cui tornano le rondini e, soprattutto, la dichiarazione dei redditi. Tra le tante novità di questi anni (la più macroscopica, il modello pre-compilato), vale la pena di ricordare anche la possibilità, sin dal 2014, di destinare il due per mille del proprio debito nei confronti dello Stato al finanziamento ai partiti; oppure, sempre per la stessa finalità, di usufruire di uno sconto sulle imposte dovute del 26 per cento per erogazioni liberali comprese tra i 30 e i 30mila euro. Una scelta diffusa? No. E gli unici a essere sorpresi sono proprio i partiti.
Il nuovo meccanismo è stato introdotto dalla legge 13/2014, che ha convertito il decreto legge 149/2013, per il superamento del finanziamento pubblico diretto ai partiti.

Come già illustrato, ma mai sufficientemente noto, i nuovi strumenti di finanziamento “privato” sono effettuati comunque a spese del bilancio pubblico. L’elemento “privato” è da riferirsi solo alla discrezionalità del singolo individuo di destinare parte delle proprie imposte ai partiti o di ottenere sconti fiscali dalla sua attività di finanziamento. Tanto è vero che la stessa proposta di legge prevedeva esplicitamente l’ammontare dei costi fiscali derivante dalle misure introdotte.

Quanto è valsa questa forma di finanziamento nel 2014? I dati dell’Agenzia delle entrate, riportati dal Sole-24Ore del 23 aprile, dicono che si è trattato di un vero e proprio flop: solo 16.500 contribuenti hanno deciso di utilizzare questo canale, per un totale di circa 325mila euro per tutti i partiti (200mila euro al solo Partito democratico, da circa 10mila donatori: 20 euro a testa, in media). Vale la pena di ricordare che la legge aveva previsto una copertura, per il 2014, di oltre 7 milioni di euro.

Una grandissima sorpresa? I partiti, sul due per mille, sembravano puntare molto. Ma in realtà, sin dall’inizio la donazione attraverso il due per mille era sembrata molto a rischio.

È vero che si tratta, a livello individuale, di un contributo a costo zero. Tuttavia, è generalmente di entità molto bassa. Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Economia, nel 2011 l’imposta netta Irpef aveva un valore medio di 4.820 euro ed era stata dichiarata da circa 31,6 milioni di soggetti (il 76 per cento del totale contribuenti). L’imposta netta totale dichiarata era pari a 152,2 miliardi di euro; il contribuente medio avrebbe quindi potuto donare al massimo 10 euro col due per mille: una cifra davvero irrisoria. Vero è che, per avere uno sconto fiscale analogo da parte dello Stato, lo stesso contribuente avrebbe dovuto contribuire con almeno 38 euro di erogazione liberale. Ma questo è sufficiente per determinare una preferenza dei contribuenti per il due per mille? Molto probabilmente no, e i dati confermano questa intuizione.

Qual è infatti l’obiettivo di chi finanzia la politica? Da un lato, potrebbe essere quello di risolvere una esternalità positiva (il sussidio di una attività svolta con finalità sociale); dall’altro, quello di far sapere alla politica che ti sei occupato di lei (lobbying). Nel secondo caso, le erogazioni liberali sono ovviamente vincenti sul due per mille (in quanto non sono anonime). Nel primo caso, invece, o il contribuente si accontenta di una donazione simbolica (appunto i 10 euro medi), oppure deve essere davvero ricco per pensare che il suo due per mille abbia un qualunque effetto rilevante. Inoltre, che l’attività politica sia un’esternalità positiva è probabilmente un fatto vero in generale, ma è scarsamente percepito come tale.

Una nuova riforma?

Ovviamente, il primo pensiero dei partiti è stato quello di rimettere mano alla legge sul finanziamento. Tuttavia, forse una strada più efficace (e politicamente meno irritante nei confronti dell’elettorato) è quella di puntare maggiormente sul ricorso alle erogazioni liberali da parte soprattutto di grandi finanziatori.

Ciò significa, però, che l’attività politica potrebbe essere sempre più influenzata proprio da chi deciderà di investire denaro nei partiti: un metodo efficace per controllare azione politica e candidature, soprattutto a livello locale. Una brutta notizia per la democrazia? Fin tanto che ci sarà trasparenza sulla provenienza dei fondi, però, il pericolo dovrebbe essere relativamente basso. O meglio, non significativamente diverso da quanto anche oggi può accadere o accadeva fino a ieri.

Paradossalmente, la capacità di influenzare le elezioni da parte dei grandi finanziatori diventa maggiore in presenza di leggi elettorali che ammettono l’espressione di preferenze (le quali richiedono grande pubblicità e quindi risorse molto elevate). E la storia italiana ci ha insegnato che il ricorso a finanziamenti privati illegali, anche in presenza di enormi finanziamenti pubblici, non è stato certo un evento eccezionale. Una cura dimagrante forse può essere tanto opportuna quanto salutare, almeno finché i partiti non avranno saputo riconquistare la fiducia da parte del corpo elettorale e saranno considerati una “esternalità positiva”.

* Ricercatore in Scienza delle finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.