Egregio professor Citati, le scrivo – anche se lei non mi conosce e io sono solo un blogger – perché ho registrato un certo disappunto sui social per il suo commento apparso sul Corriere della Sera, dal titolo ‘Se gli omosessuali ora si riscoprono banali‘ dove sembra suggerire a noi persone Lgbt di evitare di chiedere il matrimonio perché perderemmo la nostra specificità. Temo che lei abbia capito poco di ciò che siamo e vogliamo e per spiegarglielo meglio vorrei soffermarmi su quanto ha detto.

Lei parte da una considerazione: «Non ci sono più né maschi né femmine, né eterosessuali né omosessuali, ma soltanto persone». Ebbene, qui forse c’è il primo malinteso. Nessuno di noi – tra militanti e semplici membri della gay community – ha l’arroganza di pensare che non esistano differenze tra i generi. La nostra battaglia affonda le sue radici nel pensiero opposto: ci sono gli uomini e ci sono le donne, con le loro imprescindibili differenze. Alcuni di loro obbediscono a una rappresentazione, altri se ne discostano. Ci sono “machi” e “donne con le gonne”, ma anche quelle con i pantaloni o che guidano il camion (senza essere per forza lesbiche) o ragazzi che ricamano e del tutto eterosessuali. Insomma: esistono le differenze e le rivendichiamo. Non tutti i maschi poi sono per forza rudi né le femmine necessariamente fragili o destinate a essere madri. È un concetto un po’ complicato, che lei ha sicuramente afferrato in virtù della sua levatura culturale. Certi discorsi lasciamoli al grigiore delle sentinelle e delle loro piazze silenziose. E, la stupirò, lasci tale pensiero anche a quegli omosessuali (purtroppo non pochi) che si vedono al di fuori di una normalità che fanno coincidere, loro sì, con l’eterosessualità.

Andando avanti, lei afferma: «Mentre conquistano i propri diritti, gli omosessuali pretendono di essere come gli altri: ciò che certo non sono; tanta è la singolarità di condizioni che li distingue». Anche qui però sbaglia. Grossolanamente. Noi non vogliamo essere come gli altri, combattendo una natura avversa. Noi chiediamo diritti proprio per come siamo e non perché abbiamo il dovere all’eguaglianza. È appunto una questione di accesso alle stesse prerogative di fronte alla legge. Perché la stupirà anche questo, i miei amici Dario e Andrea (sposati altrove e con prole a carico) le tasse le pagano esattamente come me (che sono gay) e lei (che presumibilmente non lo è). A parità di doveri, parità di diritti. E non chiediamo l’accesso al matrimonio per essere più vicini agli etero, ma perché quel diritto diventi più grande. E se i diritti sono più grandi, il mondo è più giusto.

Ancora: la rivendicazione «è un’offesa a loro stessi: un’offesa alla loro vita quotidiana». Strano, noi vorremmo solo poter mantenere casa se il nostro partner muore anzi tempo. Salvaguardarla, cioè, quella quotidianità. E ci offende semmai sentire qualcuno che ci dice cosa dobbiamo fare o meno delle nostre vite. E a tal proposito: lei cosa ne sa in merito? Ha mai vissuto da gay? Ha mai avuto un compagno? Si è mai sentito dire da un Giovanardi qualsiasi che il suo amore non può nemmeno definirsi tale?

Prosegue: «Gran parte di loro conserva la coscienza della propria natura di élite: la superbia di essere una minoranza, che nessuna eguaglianza di diritti può avvicinare al resto degli uomini». Ma ciò che lei chiama superbia, è solo fierezza. Un bel giorno ci siamo svegliati e abbiamo perso il nostro sguardo ferito. Per questo celebriamo i pride: gli stessi per cui gente come lei poi dice che ostentiamo troppa diversità per ottenere i diritti civili. E l’uguaglianza non ci rende per niente “normali, comuni e banali” come lei teme. Semmai ci tutela da chi fa discorsi come il suo non per dipingerci come supereroi (che non aspiriamo ad essere) ma come subumani (che non siamo).

In conclusione, egregio Citati, è tipico in questo paese parlare di persone Lgbt senza saperne molto in merito. È successo in passato con nomi molto noti, tra dichiarazioni stupide e ignoranti e scandalo conseguente. Serve per fare audience o vendere giornali. Temo sia finito nello stesso meccanismo perverso. Contrariamente all’attricetta e al calciatore senza congiuntivi che si cimentano in tali prodezze, lei è un intellettuale. Eviti di prestare il fianco a operazioni del genere. Non è dignitoso della sua singolarità. Non solo è comune e banale, ma anche patetico. Nessun uomo di cultura può permetterselo. E lei ci è arrivato tremendamente vicino, mi creda.