Triste iniziare la mattina nel cordoglio innanzi all’umana miseria. Ieri, sulla pagina genovese di Repubblica, Paolo Becchi sfoga tutta la sua rabbia di marginalizzato dal Movimento 5 stelle, dopo esserne stato a lungo gratificato da un’improvvisa quanto inspiegabile notorietà. Il canonico beneficio del quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol, dilatato oltre le soglie della sopportazione da parte dell’audience; e degli stessi militanti grillini, sovente spiazzati nello spettacolo lunare delle sue prolusioni inintelligibili; ma accreditate “d’area” dal sistema mediatico, in costante ricerca di materiale pittoresco.

Ecco dunque che il presunto filosofo (in realtà filosofo del diritto, ossia una sorta di giurista laterale alla giurisprudenza) scarica tutto il suo veleno addosso al Movimento che l’aveva portato in palmo di mano (“è diventato un partito”), contro lo stesso sponsorizzatore Grillo (“Beppe mi ha deluso”) e perfino la candidata Alice Salvatore (“la giovane è inadatta al ruolo”).

Uno spettacolo imbarazzante, proprio mentre la Salvatore, lottando con giovanile entusiasmo (e difendendo la propria autonomia di giudizio), è arrivata a insidiare la pole position elettorale dell’antagonista burlandian/renziana. Ma sta qui la chiave dell’inaspettata uscita giornalistica: la pagina locale di Repubblica (rare eccezioni a parte) è un risaputo ricettacolo di professional del mainstream all’orecchio del lungo dominio burlandiano, che assicura la sopravvivenza materiale di una pagina che – di suo – non aggiunge copie a quelle nazionali. Da qui il tifo evidente per un continuismo rispetto al passato, promesso da Raffaella Paita. Al tempo stesso Becchi, mettendo all’incasso in chiave di outing gli ultimi scampoli della passata visibilità, ottiene qualche fioco raggio mediatico residuale per rischiarare la tristezza dell’abbandono. Per inciso, ma come se li sceglie Grillo gli intellettuali di riferimento? Gente che non gli faccia ombra? Se così fosse si spiegherebbe il diniego sprezzante all’offerta – fattagli a suo tempo da Paolo Flores d’Arcais – di dare una mano sul fronte dell’analisi e dell’elaborazione strategica (noti punti deboli del vertice grillesco); liquidato con un indicibile “sei un porta sfiga”. Pendant dell’allontanamento di una persona come Stefano Rodotà, bollato con un inqualificabile “sei vecchio”. Il tutto per poi ritrovarsi con il feticista del pelo Paolo Becchi, già germanofilo fanatico e negli ultimi tempi sfegatatamente anti-tedesco.

Un tipo che si pretende allievo di un grande filosofo del diritto, quale il sempre rimpianto Giovanni Tarello. Ma Tarello – che era mio carissimo amico – ricordo bene quando si lamentava con me “di non aver allievi”.

Dunque, si dia pace il sedotto e abbandonato Becchi. Mentre la battaglia elettorale ligure continua e, nonostante ricorrenti porcate e colpi bassi, può rivelarsi la Waterloo di Matteo Renzi, prima ancora che degli ultimi cloni del burlandismo.

Grazie alla determinazione positiva della “ragazza”, che riequilibra quella accaparrativa della sua avversaria. Una partita a due, anche se il solito Becchi, nella succitata performance, vorrebbe accreditare l’argomentazione del “o Paita o Berlusconi” (incarnato nell’innocuo Toti) a cui si aggrappano i renziani in difficoltà.

Lo testimoniano i sondaggi che girano sottobanco, contraddicendo quelli ufficiali (notoriamente taroccati) e facendo aumentare il tremolio alle mani della Paita.

Lo conferma la chiamata alle armi di sciroccati che, non capendo la posta in gioco, si beano del ruolo di Arcangelo Gabriele con la spada di fuoco. La sindrome dei punitori dei mali del mondo che a Imperia ha imbastito la pagliacciata del M5S infiltrato dalla ‘ndrangheta perché un candidato avrebbe come amico un tipo su cui ricadrebbero le colpe non del padre ma del nonno.

Il primo di giugno molti si stracceranno le vesti nel Palazzo e qualcuno ritornerà nell’ombra da cui era scivolato fuori per qualche tempo. Una prece.