Nella sua lunga carriera di giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha intervistato i più importanti scrittori anglo americani. Molti di loro li ha incontrati più volte e sul più scorbutico e acclamato di tutti, Philip Roth, ha anche realizzato due apprezzati documentari. Li ha incontrati nelle loro case, al ristorante, in un anonimo fast food della sperduta provincia americana. Ha registrato gli sguardi, il tono della voce, le impreviste confidenze, i ricordi di gioventù, i drammi famigliari. Ha osservato l’arredamento delle case, l’abbigliamento, gli atteggiamenti. Ha scavato con discrezione nella loro anima, usando la chiave della comune passione per la letteratura. E ora ce li svela in Non scrivere di me (Feltrinelli): otto scrittori, alcuni molto noti e amati anche in Italia, come non li abbiamo mai conosciuti.

Si inizia con la canadese Mavis Gallant, maestra del racconto (sul New Yorker ne pubblicò più di cento), incontrata a più riprese a Parigi “nei giorni buoni e in quelli cattivi, per godermi i suoi ricordi e le sue malignità“ scrive Manera. I ricordi di un’infanzia solitaria, passata per lo più in collegio, della sua precoce emancipazione, di una Parigi post bellica “cupa e sporca” ma dove “l’ultimo dei tassisti parlava come un poeta”. Si continua con Judith Thurman, straordinaria biografa di Colette e Karen Blixen, elegante e raffinata come la sua casa nell’Upper East Side di New York, e Joseph Mitchell, colonna del New Yorker, autore dello straordinario ritratto di un barbone newyorkese, Il segreto di Joe Gould, che anticipò di qualche decennio la non fiction narrativa di Truman Capote e Tom Wolfe. E poi James Purdy, che all’epoca dell’incontro con Manera, nel 2004, aveva novant’anni e non se la passava bene, ma negli anni Sessanta si era guadagnato fama e una reputazione di iconoclasta grazie a storie così dure e protagonisti così sgradevoli che persino gli hippy, racconta lui all’autrice, gli dissero: “Sai nonno, sei un po’ estremo per noi”. Ancora: Paula Fox, amatissima anche in Italia, che durante il primo incontro con Manera le confida che per scrivere i romanzi ispirati alla sua infanzia e giovinezza – entrambe disastrate – aveva dovuto trasformarsi in “un occhio senza niente attaccato dietro”. Un occhio senza corpo, senza cuore, senza mente.

Grande è l’empatia che l’autrice stabilisce con i “suoi” scrittori: li mette a nudo, certo, ma mettendo a nudo anche se stessa, raccontando a loro e a noi del suo travagliato matrimonio e dei suoi amati figli, dei viaggi. dei luoghi e soprattutto dei libri che l’hanno formata. Con alcuni di questi scrittori ha instaurato un vero rapporto di amicizia. È il caso di Richard Ford (Sportwriter, Il giorno dell’indipendenza, Canada) che incontra a Parigi dove si è trasferita, senza conoscere nessuno e ignorando il francese, per ricominciare dopo il divorzio. E questo atipico macho americano, ex marine, cacciatore, straordinario narratore, si preoccupa per lei, veglia amorevole sulla sua nuova vita parigina.

Ma l’amicizia più profonda e duratura è quella con Philip Roth: cominciata malissimo, con lo scrittore che buca gli appuntamenti, quindi la riceve freddamente nella sua casa nel Connecticut, per poi trattenerla fino a tarda notte rischiando di farle perdere l’ultimo treno per New York. È Roth che dà il titolo al libro diffidandola, in uno dei tanti incontri che seguirono, a scrivere di lui. Ma è sempre Roth che acconsente inaspettatamente a concederle quelle lunghe interviste che formeranno i documentari su di lui. Ed è ancora Roth che solo qualche mese fa, chiamandola dalla sua casa di campagna, le ha confidato: “Sono un uomo felice. Vuoi sapere il segreto di tanta felicità? Non faccio niente che non abbia voglia di fare e mi sono liberato del peso di scrivere. Perché abbia buttato via la mia vita con i libri e con le donne è un mistero”.

La fatica di scrivere, un peso che Roth si è tolto e che ha invece annientatato, complice una cronica depressione, uno dei più grandi e celebrati scrittori degli ultimi decenni: David Foster Wallace, l’autore di Infinite jest, morto suicida nel 2008. Quello con Wallace è il più strano e straniante degli incontri raccontati da Manera. Ci voleva uno scrittore torturato come lui per darle appuntamento, nel luglio del 1999, in un desolatissimo McDonald’s nella stazione di servizio di un’autostrada, due ore a sud-ovest di Chicago. “Credo che fosse il suo modo di dirmi: va bene, visto che insiste tanto accetto d’incontrarla, ma guardi che lo faccio a malincuore, e non si aspetti niente di piacevole”. In realtà Foster Wallace, bandana rossa intorno alla testa, fu educato, malinconico e, alla fine, non avaro di sé. “Che cosa l’ha spinta a scrivere?” gli chiese a un certo punto l’autrice. “Mi piaceva il fatto che scrivere avesse un indice di difficoltà più variegato di altre attività accademiche. Quelle scientifiche, per esempio. Interessanti ma fredde. Mentre la narrativa mi sembrava altrettanto ardua intellettualmente ma più coinvolgente sul piano emotivo” la risposta. Che continuava: “Don De Lillo una volta mi ha detto che scrivere, per lui, è un modo di visitare parti non turisticizzate di se stesso (…) Mi è sempre piaciuta quella frase, e la condivido”.