Al di là dei disastri inconcepibili compiuti dai black bloc e di cui si parlerà ancora a lungo, dei ritardi inspiegabili, dei costi lievitati, dei presunti lavoratori in nero (ma non vogliamo assolutamente crederci per via dell’obbligatorietà delle Leggi e del Durc), delle Certificazioni di Regolare Esecuzione al posto dei collaudi (obbligatori per opere al di sopra di 1 milione di euro), della poca trasparenza sulle gare, rimane aperta la questione del “dopo che fare”.

Assodato che l’unico padiglione a non essere smantellato, sarà il Palazzo Italia, simbolo della nostra creatività, il cui involucro ricorda molto il simbolo di Beijing 2008, il cosiddetto nido d’uccello, appare del tutto evidente che la futura destinazione d’uso di una, a quel punto unica struttura immobile in un contesto desertificato, sarà un problema non trascurabile.

Nell’enfasi e nella retorica del non spreco, delle risorse da attivare, dell’equilibrio tra paesi poveri e paesi ricchi, risulta viceversa un’evidente contraddizione: lo spreco di padiglioni costruiti con gran dispendio di mezzi e materiali, il cui smaltimento comporterà tra l’altro anche un alto costo. Ipotesi del riutilizzo in altro loco di queste strutture appare del tutto impraticabile, già
un’idea del genere emerse dopo le Olimpiadi invernali di Torino 2006, per due ingombranti padiglioni sistemati in una bella piazza ottocentesca e la cui forma ricordava vagamente una delle specialità più amata dai golosi: tant’è che i torinesi, spiritosamente, li definirono subito I Gianduiotti. Una volta analizzati i costi dell’operazione, quasi un milione di euro, oltre il fatto che alcuni Comuni ritirarono la richiesta, fu deciso di lasciarli lì e diventarono per quattro anni il simbolo del degrado per poi venire del tutto distrutti.

Il lungo elenco di casi di insuccesso sul riutilizzo di strutture controverse e costose, potrebbe essere sufficiente per non organizzare più queste manifestazioni che, come già dissi sono più rappresentative dell’800 che dell’epoca di internet.

Paradossalmente i più interessanti e straordinari monumenti progettati, furono quelli di un’Expo mai inaugurata, l’E42 (l’attuale Eur), dove maestri dell’architettura, come Libera, Pagano, Piccinato, Piacentini, hanno lasciato edifici razionali (in tutti i sensi), funzionali e funzionanti ancora oggi.

Certo siamo e saremmo tutti contenti se milioni di stranieri venissero a spendere e a visitare – forse – oltre l’Expo anche Milano e le altre città italiane con l’intento di ritornarci, ma il medesimo risultato lo si poteva raggiungere utilizzando, in parte, le già costose sedi espositive esistenti e valorizzando il già costruito, mediante il riconoscimento dei centri commerciali spontanei, cioè
la naturale strutturazione in forma aggregata del complesso di attività in vie commerciali, in quartieri, in centri storici e borghi.

Sarebbe stata un’occasione per far conoscere, attraverso tappe tematiche del gusto, centri storici minori e con l’occasione recuperarli, e metterli in sicurezza, al posto di questo immenso parco giochi un po’ kitsch (ma è quasi d’obbligo negli Expo) con il suo simbolo, l’Albero della Vita, che, ricordando una palma luminosa di Abu Dhabi, rinnega la storia del design italiano nato proprio a Milano.

Dopo tanti affidamenti diretti, sarebbe auspicabile almeno una gara per l’eventuale riconversione, recupero delle strutture destinate alla rottamazione con idee per nuove destinazioni d’uso in coerenza con il tema dell’uso consapevole delle risorse, lasciando magari i ristoranti e i negozi alternativi per una Milano diversa dal solito quadrilatero della Moda e ai Navigli.