Il detto “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”, in una versione più amara e pessimista, è noto anche ai cittadini di sua maestà. In terra d’Albione suona così: “”Better the devil you know than the devil you don’t know”. Ai britannici Mumford & Sons, a quanto pare, i proverbi non piacciono e vogliono smentirli. Con questo atteggiamento dissacrante è nato il loro terzo album. Nonostante i 6 milioni di copie vendute con i primi due album – Sigh No More e Babel – fossero un ottimo incentivo a continuare sulla strada del folk, la formazione londinese si lascia alle spalle banjo, accordoni pieni e grancassa solitaria per abbracciare chitarre elettriche, synth, mellotron e drum machine.

Le sessioni di registrazione di Wilder Mind, questo il nome dell’ultima fatica, prendono avvio in patria per poi spostarsi dall’altra parte dell’Atlantico. È infatti a New York, negli sudi di Aaron Dessner componente e compositore dei The National, che l’album prende forma. Dessner non registra passivamente le tracce, dà forma e crea l’identità dell’album. Una presenza forte sin dal primo brano – Tompikins square park – che non solo è improntato sulle atmosfere sonore dei The National, ma ne fa propria anche la toponomastica; il parco a cui si riferisce si trova a New York ed è caro alla band di Dessner. Anche Ditmas, la decima traccia, è un riferimento alla grande mela e ai The National: Ditmas Park si trova nel distretto di Brooklyn ed è qui che ha sede lo studio di registrazione di Dessner.

Ditmas al di là del riferimento geografico è però una canzone tipicamente alla Mumford: una quattro quarti che trascina – per l’occasione grazie al beat della drum machine – verso un ritornello virale. Sinceramente non capiamo come la casa discografica non abbia scelto questo brano per promuovere Wilder Mind. Nulla da eccepire ai singoli – ben quattro – usciti prima dell’album: Believe è una buona canzone con un testo altamente romantico e disperato e un crescendo tipico del quartetto inglese; energiche – in odore di new wave la prima – sono The Wolf e Snake Eyes; mentre Hot Gates è struggente e si fonda sull’armonizzazione folk dei cori che ha caratterizzato molti brani degli album precedenti; ma nessuna di queste ha il mordente universale di Ditmas.

Il suono così radicalmente diverso dei nuovi Mumford non è da imputare solo alla presenza dell’elettricità e di Dessner. Nei credits, alla voce producer, non compare più il nome di Markus Dravs. La posizione di Dravs, che aveva prodotto tutti gli album della band viene occupata da James Ford. La sonorità più urbana e meno agreste deve molto a Ford: il già produttore di tutti gli album degli Arctic Monkeys e dei The Last Shadow Puppets vira le nuove composizioni dei Mumford verso sonorità adatte ai dance floor degli alternative club.

Wilder Minds è un album ben riuscito, ma decostruisce la personalità del quartetto londinese e manca di originalità. I Mumford & sons erano riusciti a ritagliarsi una fetta di mercato, si erano creati uno zoccolo duro di fan riportando in auge il folk rock. Spogliati di tutto questo vengono gettati nel calderone anonimo di un mercato già saturo. A molti fan della prima ora il nuovo album non piace. Sulla pagina Facebook della band alcuni commenti sono lapidari: “Che bisogno avevate di diventare come i Coldplay? Eravate già dei grandi”, oppure “La radio trasmette The Wolf, la mia ragazza mi chiede: ‘È la nuova canzone di Biffy Clyro?’ No tesoro, è quanto è rimasto dei Mumford & Sons”. Con le debite e dovute proporzioni, l’abbandono del folk da parte dei Mumford può essere paragonato alla rivoluzione elettrica di Bob Dylan inaugurata con l’esibizione al Newport Folk Festival nel luglio 1965. Al di là delle posizioni “dure e pure” dei fan storici, ad orecchie vergini Wilder Mind potrebbe comunque piacere parecchio.