Genova, che week-end! Venerdì 8 maggio, Renzi ai Magazzini del Cotone per lanciare la (discussa e discutibile) candidatura di Lella Paita, e attaccare Luca Pastorino, colpevole d’essere simbolo “di una sinistra a cui piace perdere e far perdere”. Sabato 9, Berlusconi per sostenere Giovanni Toti, il candidato del centrodestra: “Dalla Liguria la mia rivincita in Italia”. E domenica 10 giorno di sant’Antonino, la melassa sportiva che i politici sfruttano senza pudore, vetrina di facili e superficiali consensi: il Girum Italicum del 2015, beneficiato da epocali ricorrenze, quella della Grande Guerra, del secondo conflitto mondiale e della Liberazione, in più, l’Expo.

Per ora, l’Expo è un’occasione perduta. Ognuno dei 3489 chilometri del Giro – senza troppo esagerare – è un chilometro zero. Peccato che questa straordinaria occasione sia stata sottovalutata, eppure cibo, gastronomia, enologia e ristorazione sono risorse fondamentali del nostro territorio. E’ anche cultura, volendo ogni chilometro del Giro sono gocce di memoria. Perché sciuparle? Perché non raccoglierle? Non basta invitare i giornalisti stranieri a qualche scorpacciata, scomodando chef stellati (magari anche no), parlando (forse) di cibo ad un uditorio che non ha (sovente) le giuste coordinate per addentrarsi nei misteri e nei piaceri del gusto.

Ah, la seconda tappa. Da Albenga a Genova, 177 chilometri, con circuito finale di 9,5 chilometri nel centro genovese ripetuto due volte. Capitomboli inevitabili, lunga volata con traguardo posto in leggera ma carogna salitella. Trionfa il nasuto Elio Viviani della Sky, gregario di Richie Porte: risale la corrente slittando da sinistra a destra e supera sia il possente tedesco André Greipel che il roccioso olandese Moreno Hofland. Viviani viene dalla scuola dei pistard (come ai suoi tempi Beppe Saronni), ai recenti mondiali di ciclismo su pista che si sono disputati a febbraio in quel di Saint-Quentin-en-Yvelines ha conquistato un bronzo nell’Omnium e un argento in coppia con Bertazzo. Dopo il primo giro del circuito cittadino, ha capito che tutto si sarebbe deciso negli ultimi cinquanta metri, bastava agganciare la ruota del più forte (Greipel) e saltarlo in agilità nella rampetta che precedeva l’arrivo di via XX Settembre.

Sole, tanta folla, nuova maglia rosa, ma tutto in famiglia Orica GreenEdge: Simon Gerrans se l’è sfilata di dosso e l’ha passata al capitano Michael Matthews che l’anno scorso la indossò per sei giorni. A proposito di Viviani e dei numeri di pettorale. Quello di Elia è il 199. Sommando le cifre otteniamo 19, ripetendo l’operazione arriviamo a 1+9=10, di nuovo 1+0=1. Cioè primo. Poi chiamatele coincidenze…

Una maledetta coincidenza è stata quella che ha tolto di mezzo, per un capitombolo, il bravo velocista Sacha Modolo della Lampre-Merida. “Sfortuna nera” hanno twittato i suoi compagni. Ha perso 35 secondi. Peggio è andata a Tsgabu Gebremaryam Grmay, arrivato al traguardo con un minuto e 9 secondi di ritardo da Viviani, in 125esima posizione, dietro il portoghese Paulinho, davanti all’australiano Watson. Ma con l’etiope c’era Diego Ulissi, e, nello stesso gruppetto di ritardatari (erano in ventisette), pedalavano pure lo sloveno Jan Polanc, il cinese Gang Xu, il polacco Przemyslaw Niemiec e Manuele Mori. Sei Lamprotti su nove…potrebbe tuttavia consolarli il fatto che con loro è rimasto ingabbiato Domenico Pozzovivo, mal comune mezzo gaudio. In compenso, Tsgabu ha migliorato la propria classifica, passando dal 145esimo al 114esimo posto, con un ritardo di due minuti e 8 secondi da Matthews, la maglia rosa. E’ passato dalla quarta alla terza pagina della graduatoria che ci viene consegnata in sala stampa. Lui aspetta le montagne.

Qualcosa c’è questo lunedì 11 maggio tra Rapallo e Sestri Levante, per esempio la salita da Montebruno a Barbagelata (quota 1115, gran premio della montagna di seconda categoria), dove si assaggia un breve strappo del 12 per cento. Seguirà un bel martedì coi fiocchi e controfiocchi da Chiavari a La Spezia, col passo del Termine, infine mercoledì l’Abetone che rivelò il talento purissimo di Fausto Coppi, settantacinque anni fa. Stasera Tsgabu pernotta alla Manuelina di Recco. Pan per focaccia. Quella di Manuelina è la migliore focaccia al formaggio d’Italia, un indirizzo mitico dei ghiottoni. La bisnonna degli attuali proprietari aprì l’osteria nel 1885 e subito fu apprezzata da viandanti e contadini, cucina semplice, l’insegna era coperta da una frasca e i più assidui frequentatori erano i carrettieri e i commercianti delle fiere di paese. I ciclisti, allora – anzi, i velocipedisti – erano una rarità. Poi, divennero una necessità. Come oggi.

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