Una chiesa, quella di santa Maria della Misericordia, chiusa da tempo. Un padiglione della 56esima Biennale d’Arte (quello dell’Islanda) e un artista irriverente, Christoph Büchel, noto per i suoi lavori dal forte profilo politico-sociale che ha deciso di trasformare quel luogo (non sconsacrato) in una moschea curandone ogni dettaglio. E “cedendola” poi per sette mesi alla comunità musulmana di Venezia ad uso religioso. Quello che ha preso forma a Venezia, sotto i flash dei quotidiani di mezzo mondo è, oltre che una clamorosa trovata pubblicitaria da parte dei curatori, la messa a nudo di uno dei nuclei più complessi del dibattito veneziano. La città di Venezia, che conta ventimila musulmani ma non ha mai dato la possibilità alla comunità locale di costruirsi una nuova moschea, nonostante sia stato chiesto più volte (in alcuni casi anche con i finanziamenti alla mano). E nonostante siano state proposte “location” differenti. La risposta è sempre stata negativa e ad oggi i fedeli in una stanzetta ricavata in un capannone industriale.

E così ci ha “pensato” Christoph Büchel che, con l’aiuto della comunità musulmana ha riscostruito tutti i dettagli per trasformare la chiesa in una “perfetta” moschea. Ci sono i lampadari appesi, il tappeto per terra orientato verso La Mecca, lo spazio per la preghiera, le entrate diverse per donne e uomini, i muri barocchi adornati con scritte in arabo e i mosaici della croce nascosti dietro a dei drappi. Quando si entra si devono lasciare le scarpe negli armadietti, indossare il velo. Il contenitore dell’acqua santa all’ingresso giace dimenticato accanto al distributore di foulard per i turisti. Nella chiesa della Misericordia, ora, si prega Allah. E sarà così per sette mesi. O meglio, avrebbe dovuto essere così nell’intento provocatorio dell’artista. Che riesce, con questa sovrapposizione di piani, da quello estetico a quello intimo a provocare nello spettatore una reazione conservativa. Anche i più avvezzi al mix di culture entrando sentono il contrasto.

Per tutti, insomma, rimane una questione aperta. Non è accaduta la stessa cosa, invece, almeno sul fronte burocratico, per il Padiglione. Che, appena dopo poche ore, ha ricevuto la risposta ufficiale del Patriarcato: “Per ogni utilizzo diverso dal culto cristiano cattolico va richiesta autorizzazione all’autorità ecclesiastica indipendentemente da chi, al momento, ne sia proprietario – spiegano dal Patriarcato – per questo specifico sito, non è mai stata richiesta né concessa”. Non solo. In febbraio era stata richiesta la concessione di altri edifici sacri e anche a quelle richieste era stato risposto negativamente. “Non ci hanno mai detto di no palesando il motivo del dinniego che tutti abbiamo capito qual è – dice Nina Magnusdottir, la curatrice della mostra – ma di fatto ci hanno negato l’autorizzazione”.

Sulla stessa linea del Patriarcato si era già mosso intanto il Comune di Venezia, che aveva scritto ai referenti del Padiglione Islandese chiedendo la documentazione “dell’effettiva riduzione ad uso profano dell’edificio” e comunicando alcune prescrizioni. A partire dal “divieto di utilizzo del padiglione quale luogo di culto”, specificando inoltre che “le modalità di ingresso compreso l’abbigliamento non potranno essere difformi da quelle previste per qualsiasi altro luogo espositivo della Biennale”, solo per citare i passaggi più importanti. Insomma, mancano le autorizzazioni. Sia quelle “religiose” che quelle “amministrative”.

E ora, proprio per questioni burocratiche, il padiglione potrebbe essere chiuso anzitempo. Il Comune ha dato tempo agli organizzatori fino al giorno 20 per produrre la documentazione. Pena la chiusura. Ma intanto la comunità musulmana si sente amareggiata. Anche perché sull’argomento sono intervenuti in poche ore in moltissimi, dal Governatore del Veneto Luca Zaia, prudente sulla questione, purché l’installazione rimanga tale e non diventi un reale luogo di culto a tre candidati sindaco, uno possibilista (Felice Casson, del PD) e due (Luigi Brugnaro, in lizza alle comunali sostenuto da Forza Italia e Area popolare (Ncd-Udc) e Francesca Zaccariotto, ex Lega, in corsa con una civica) che hanno lanciato strali contro l’iniziativa. “E’ incredibile come, appena si sente la parola “Islam” si scateni tutta questa tensione – dice Mohammed Amin Al Ahdab, presidente della comunità musulmana di Venezia, – quello è uno spazio privato. In questi mesi volevamo far capire chi siamo di comune accordo con la città che ci ospita”. Era molto contento, ieri mattina, Mohammed Amin Al Ahdab, nella “moschea di Cannareggio”. Ha parlato di un primo passo per il futuro. Poche ore dopo il mondo gli è crollato addosso. “Non torniamo indietro, ora basta, quando è troppo è troppo – dice – abbiamo chiesto per anni uno spazio in terraferma, ci bastava un terreno. E nessuno ci ha mai dato il via libera, mai. Sarebbe successa la stessa cosa se fosse stata una sinagoga? Non credo”.

Foto di Alice D’Este