Milioni di persone si appassionano a sport come il calcio, il basket o il rugby per la semplicità e la chiarezza delle loro regole, che possono essere facilmente comprese da tutti. Chiunque è in grado di dire se la palla è dentro o fuori, se è angolo, punizione o fuorigioco. Per ogni legge elettorale dovrebbe valere lo stesso criterio. Se l’obiettivo è poter scegliere direttamente i propri rappresentanti, sapere chi formerà il nuovo governo sin dalla sera dei risultati e avere maggioranze stabili, tra modelli rodati e affidabili c’è solo l’imbarazzo della scelta.

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti questo risultato è garantito dall’uninominale maggioritario a turno unico: chi vince prende tutto, chi perde controlla tutto, e il legame tra eletti e territorio è fortissimo. I parlamentari britannici ricevono a Westminster gli elettori del loro collegio una volta a settimana. Il doppio turno alla francese produce risultati simili. In Italia non c’è stato mai niente del genere.

Fino alle politiche del 1992 abbiamo votato con un proporzionale che non prevedeva soglie di sbarramento e dava la possibilità di esprimere fino a tre preferenze (ridotte a una dopo il referendum del ’91). Risultato: governi dalla vita brevissima, moltiplicazione dei partiti che nemmeno i pani e i pesci, estrema frammentazione del sistema politico, scontri all’ultimo sangue tra cordate di candidati all’interno di uno stesso partito.

Nel 1994 la legge Mattarella disinnescò gli effetti positivi del passaggio al maggioritario, prevedendo che l’elezione di un quarto dei deputati avvenisse comunque su base proporzionale con sbarramento e – colpo di genio! – legando il finanziamento pubblico ai partiti proprio al risultato ottenuto nel proporzionale. I collegi – senza primarie – erano suddivisi tra «sicuri», «incerti» e quelli in cui i candidati venivano mandati a morire dai padroni dei partiti.

Il ritorno al proporzionale (con «porcata») di Calderoli, con le sue liste bloccate, il suo premio di maggioranza, il Parlamento di nominati e la successiva stroncatura da parte della Consulta sono storia fresca. Il M5s non ha trovato di meglio che proporre il ritorno alle preferenze dell’era di Tangentopoli: quanto di più vecchio e dannoso si potesse immaginare, e infatti su questo i partiti sono andati dietro a Grillo come a un incantatore di serpenti. Invece il collegio uninominale (meglio se abbinato a primarie che non siano plebisciti pre-programmati off e on line) rappresenta il voto di preferenza alla persona più diretto e meno clientelare, per questo nessuno tra quelli che contano lo vuole.

Dal Palazzo sono sempre venute fuori le proposte più strane, con un denominatore comune: il sistema deve essere tanto complicato quanto controllabile dai capi dei partiti, e soprattutto gli elettori non devono capirci niente. Il 19 luglio 2011 dell’era Bersani (Renzi faceva il sindaco e giurava che avrebbe continuato a farlo), la Direzione del Pd approvò con 175 voti la bozza Violante-Bressa che prevedeva un sistema a doppio turno con una quota – non specificata – di uninominale, una quota – non specificata – di proporzionale, una soglia – non specificata – di sbarramento, ma anche un diritto di tribuna: nemmeno loro sapevano di che parlavano.

Renzi con il suo pasticciaccio brutto (abnorme premio di maggioranza alla lista, capilista bloccati, preferenze, sbarramento, secondo turno solo eventuale) pensa di saperlo, ma le strade sono lastricate di leggi elettorali che avrebbero dovuto assicurare l’immortalità politica a chi le aveva imposte e ne hanno invece celebrato il funerale. La rottamazione di Renzi è come gli incentivi alla Fiat: drogano il mercato per un po’, poi si va a picco peggio di prima. Così siamo passati dal monopartitismo imperfetto della Prima Repubblica al bipolarismo imperfetto del ventennio berlusconiano e ulivista. Ora che i partiti sono evaporati (non le fondazioni), Renzi – che ha individuato nel nazional-leghista Matteo Salvini, onnipresente in tv, l’avversario perfetto: sembra una foto sovraesposta e non potrà mai batterlo – con l’Italicum cerca di blindare il passaggio a un bipersonalismo (appena) imperfetto.