Sotto elezioni risorge la consueta ridda di promesse e impegni. Molti elettori si lasciano polarizzare più o meno facilmente dagli stessi partiti che a Roma votano i provvedimenti che a Napoli, come a Bari e a Palermo andiamo stigmatizzando, di volta in volta. Su questo spazio, ci interessa parlare di numeri e dati, facilmente intelligibili e di difficile contestazione. Per stimolare la riflessione e indurre i cittadini del sud – votanti e, soprattutto, non votanti – a qualche riflessione di più. Cento anni fa, Gaetano Salvemini spiegava così il disinteresse degli elettori meridionali nei riguardi della politica, dominata da una famelica borghesia intellettuale: “La vita pubblica è assolutamente impraticabile per chi non sia una canaglia immatricolata. Dinanzi alla mischia furiosa e volgare dei partiti, all’uomo onesto non rimane che chiudersi in casa, con la poco lieta convinzione che gli uni valgono gli altri, e che il paese andrà alla malora tanto con gli uni quanto con gli altri”. Spero che si riduca fortemente il numero di coloro che la vedono così, specialmente al Sud.

E spero vivamente di non dover ascoltare o leggere mai più affermazioni di certi personaggi che, dall’alto dei loro curricula di politici o accademici, oggi affermano come sia assolutamente corretto non destinare più fondi per le infrastrutture al Sud, perché, tanto, “se li prende la mafia”. Questo è intollerabile, offende la dignità del sangue dei nostri martiri recenti: dalla Chiesa, Livatino, Cassarà, Falcone, Impastato, Diana, Puglisi, Borsellino, Grassi, e mortifica lo sforzo quotidiano di associazioni, imprenditori e singoli cittadini. Penso a Libera, ad esempio, che letteralmente “sottrae terreno” all’illegalità.

Se fosse davvero questa la motivazione delle continue riduzioni di investimenti infrastrutturali al sud, sarebbe la vera resa della legalità e delle istituzioni nelle nostre terre, dove pur si agita un fermento di giovani che provano a “restare”, impiantando nuove forme di impresa innovativa, con il coraggio di confrontarsi con problemi sociali, economici, e, inutile a dirsi, infrastrutturali. E questo è il Sud che cresce, sotto la cenere della retorica e delle iniquità.

Ma, mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. “Oggi non è chiaro chi nel governo si occupi della coesione territoriale”. “La legge di Stabilità 2015 prevede che tutte le nuove decontribuzioni (per i nuovi contratti di lavoro, ndr) utilizzino fondi che prima erano destinati al Sud. È una decisione che giudico negativamente. Si parla di 3,5 miliardi, non di una cifra piccola, che avevano un vincolo patrimoniale. La nuova decontribuzione non ha differenze territoriali ma è evidente che il delta da colmare è più forte nel Sud. Sono poi stato molto colpito dall’operazione Whirlpool-Indesit”Così il prof Gianfranco Viesti, docente, economista, in una recentissima intervista, che riprende le ultime stoccate al cuore del Mezzogiorno.

E su Il Sole 24 Ore del 25 aprile si legge che, mentre i divari decrescono a livello globale, crescono in seno alla realtà italiana. Aumenta il divario, dagli Anni Ottanta del secolo scorso.

Stando agli ultimi rapporti Ocse (2011) – si legge nel rapporto della Fondazione David Hume – la diseguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi avanzati, e ha avuto un andamento peculiare, diverso da quello di Paesi ancor più disuguali del nostro, come Usa e Regno Unito, dove la disparità dei redditi è sempre cresciuta a partire dagli anni ’70”. Si legge ancora, più avanti, su il Sole24Ore, “In realtà, in Italia le diseguaglianze crescono nelle due grandi fasi recessive, quella dei primi anni Novanta e nell’ultima crisi. Esse si innestano su elementi di strutturale debolezza”.

È quella “strutturale debolezza” che va combattuta. Il divario va ridotto, o le ripercussioni su tutto lo scenario nazionale saranno sempre più imponenti. Interessa tutti gli Italiani. È un fatto tanto ovvio quanto sistematicamente eluso.