Immerso in un entusiastico coro di urla, fischi e applausi, Elon Musk ha presentato al mondo la sua ultima invenzione, dopo Paypal, SpaceX e Tesla. Si chiama Powerwall ed era stata annunciato come il “pezzo mancante fra l’energia solare e la mobilità elettrica”: è una batteria da appendere al muro di casa (“bella come una scultura”, dice Musk) per accumulare l’energia elettrica prodotta nelle ore diurne dai pannelli fotovoltaici e renderla disponibile sia per l’uso domestico sia per ricaricare nottetempo l’auto elettrica. La versione domestica della Powerwall (10 kWh di “capienza”) pesa un centinaio di kg ed è già in vendita sul sito Tesla Motors al prezzo di 3.500 dollari; prime consegne previste fra tre o quattro mesi.

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Esistono già soluzioni al problema dello scarto temporale fra la produzione di energia solare e il picco di consumo: nella maggior parte dei casi l’energia prodotta in eccesso si riversa nella rete e viene richiamata al momento opportuno. Ma Elon Musk ha un approccio diverso: a equilibrare domanda e offerta, un giorno, potrebbe provvedere l’enorme capacità di accumulo parcellizzata in milioni di batterie, sia domestiche sia aziendali. Oltre alle Powerwall, infatti, Musk ha pensato ad accumulatori più grandi chiamati Powerpack, dalla capacità di 100 kWh l’uno e componibili “all’infinito”, dedicati ad aziende e condomini. Rispetto agli attuali accumuli – che, dice Musk, “fanno schifo” – Powerwall e Powerpack sarebbero eleganti ed efficienti batterie agli ioni di litio. Nella visione radicale di Musk, in cui non esistono giornate di pioggia o neve, ogni unità abitativa è autosufficiente. “Una grande soluzione per le persone che vivono nei luoghi più remoti della Terra. Succederà come è accaduto con i cellulari nelle zone non raggiunte dalle linee telefoniche via cavo: le batterie renderanno inutili le reti elettriche tradizionali”, ha detto durante la conferenza stampa del 30 aprile.

L’ambizione di Musk è nientedimeno che convertire l’intero fabbisogno energetico mondiale alle fonti rinnovabili e arrestare l’aumento della produzione di gas serra. Il californiano si è fatto i calcoli: con 160 milioni di Powerpack da 100 kWh (16.000 GWh), si possono convertire gli Stati Uniti alle rinnovabili; con 900 milioni di Powerpack, il mondo intero. Se poi si volesse convertire non solo il fabbisogno elettrico, ma anche quello relativo a riscaldamento e trasporti (200.000 GWh), servirebbero 2 miliardi di Powerpack. “È un numero impossibile? Non lo è. Abbiamo su strada due miliardi di veicoli nel mondo, e li rinnoviamo al ritmo di 100 milioni all’anno. Quindi è qualcosa nel potere dell’umanità, abbiamo già compiuto imprese simili”. Ma due miliardi di batterie è una cifra che fa girare la testa. “Non penso che Tesla farà tutto questo da sola, ci saranno molte aziende che vi si cimenteranno. Speriamo che lo facciano, e per questo la nostra politica open source continuerà anche per i nuovi prodotti”.

Tesla Powerpack

Al di là della reale fattibilità e sostenibilità del progetto, e dei tanti punti deboli, quello che sembra chiaro dall’ultima presentazione di Elon Musk è che il marchio automobilistico Tesla è solo un tassello del suo disegno imprenditoriale, il cui nodo centrale sono le batterie. Su cui, non a caso, il californiano è disposto a investire (insieme a Panasonic) i 10 miliardi di dollari necessari alla costruzione di una Gigafactory da 50 Gwh di batterie l’anno entro il 2020. La Tesla Motors, così come la SolarCity che installa impianti fotovoltaici, sono aziende satellite. Le dichiarazioni di Musk sulla volontà di ridurre le emissioni di CO2, sulla speranza di portare l’elettricità a un miliardo di persone e sull’apertura sui brevetti sembrano sincere. Ma Musk è un idealista molto concreto, che ha capito che in un pianeta sempre più energivoro la vera sfida del futuro sarà la gestione dell’energia.