Niente premio sulla libertà di espressione a Charlie Hebdo e Salman Rushdie s’infuria. A nemmeno cinque mesi dal barbaro omicidio dei dodici redattori del settimanale satirico francese da parte di estremisti islamici, se ancora qualcuno avesse dei dubbi sul significato universale dell’hashtag #jesuischarlie ecco arrivare l’ennesima polemica su satira e libertà di espressione. Protagonisti sono sei scrittori che fanno parte della prestigiosa società letteraria statunitense PEN: Peter Carey, Michael Ondaatje, Francine Prose, Teju Cole, Rachel Kushner et Taiye Selasi. I sei hanno pubblicamente annunciato di dissociarsi dalla cerimonia che si terrà martedì 5 maggio 2015 quando arriverà a New York Gėrard Biard, attuale redattore capo di Charlie Hebdo, per ritirare il simbolico attestato “per il coraggio e la libertà di espressione” (PEN/Toni and James C. Goodale Free Expression Courage Award ndr) che la prestigiosa società letteraria americana conferirà al settimanale satirico durante il suo annuale galà tra i grattacieli di Manhattan.

“Sono rimasta sconvolta quando ho sentito parlare di questo premio”, ha spiegato la scrittrice statunitense Francine Prose, più volte presidente di PEN American negli ultimi dieci anni, in una lettera aperta pubblicata sul Guardian. “Il nostro lavoro, nel presentare il premio, è quello di onorare scrittori e giornalisti che dicono cose che devono essere dette, che stanno lavorando attivamente per dirci la verità sul mondo in cui viviamo. E’ un lavoro importante che richiede perseveranza e coraggio. E ciò che fanno a Charlie Hebdo, tra rozze caricature e presa in giro della religione, non è proprio la stessa cosa”. “Il tono rabbioso che abbiamo registrato di fronte alla nostra presa di posizione fa capire come sia difficile per le persone pensare con chiarezza sul tema, e come sia facile per i media e per la nostra cultura soffiare sul fuoco del pregiudizio anti Islam – ha continuato la Prose – La narrazione degli omicidi di Charlie Hebdo, cioè di europei bianchi uccisi nei loro uffici da estremisti musulmani, alimenta esattamente i pregiudizi culturali che hanno permesso al nostro governo di compiere errori disastrosi in Medio Oriente”. Rachel Kushner ha invece parlato di “intolleranza culturale della rivista” e di come promuova “un punto di vista forzatamente secolare”. Peter Carey, vincitore di due Booker Prizes, ha aggiunto: “Ulteriore complicazione è l’apparente cecità di PEN rispetto all’arroganza culturale della nazione francese, che non riconosce il suo obbligo morale su un largo e impotente segmento della sua popolazione”.

Il brusco dietrofront dei sei ha avuto come immediata conseguenza diversi velenosissimi tweet firmati Salman Rushdie, lo scrittore minacciato di una fatwa dopo l’uscita del suo libro I Versetti Satanici nel 1988. In uno di questi Rushdie definisce Carey, Ondaatje, Prose, Cole, Kushner e Selasi “six pussies” e anche, giocando sulla commedia di Pirandello “six authors in search of character” (Sei personaggi… in inglese è Six Characters in Search of an Author ndr). Il galà del 5 maggio prossimo è il momento clou del PEN World Voices festival, nato come celebrazione della realizzazione e dell’espressione artistica che ha visto come vincitori dello stesso premio in passato Salman Rushdie e Philip Roth e lo stesso “dissociato” Ondaatje.

Charlie Hebdo, che sarà rappresentato dal redattore capo Gerard Biard, verrà premiato assieme al drammaturgo Tom Stoppard, al giornalista azero Khadija Ismayilova e al CEO Penguin Random House Markus Dohle. “E’ sicuramente vero che, oltre a provocare violente minacce da parte degli estremisti, le vignette di Charlie hanno offeso altri musulmani, come i membri di molti altri gruppi religiosi presi di mira”, ha chiosato Andrew Solomon, presidente di PEN American a margine della delicata polemica. “Però, in base alle loro stesse dichiarazioni, riteniamo che l’intento di Charlie Hebdo non sia quello di ostracizzare o insultare i musulmani, ma piuttosto di respingere lo sforza di una piccola minoranza di adattare a proprio piacimento le categorie di divieto di esprimersi, senza capire la finalità, l’intento o il senso di ogni singola espressione”.