Ci sono artisti che sembrano aver stipulato un tacito accordo con buona parte del proprio pubblico: i primi garantiscono dischi ispirati e riconoscibili nei tratti basilari, i secondi ricambiano con la conferma di un immutato rispetto. Mark Knopfler è uno di questi artisti e il suo ottavo album in studio – “Tracker” – è esattamente ciò che ci si aspetta dal chitarrista, un tempo deus ex machina dei Dire Straits. In Inghilterra (e non solo) la fine degli anni settanta vedeva da una parte il predominio dell’ultimo atto punk e dall’altra quello della disco dance. In quegli stessi anni il sound dei Dire Straits – in perfetta antitesi con le mode correnti – inizia ad emergere e a cavalcare l’onda del successo grazie al brano “Sultans of Swing”.

Le carte vincenti della band sono da ricercare non tanto nel suono pulito e nei testi crepuscolari, quanto nell’inconfondibile stile chitarristico di Mark Knopfler che preferisce suonare le corde con le dita anziché con il classico plettro, ed incorpora al tradizionale fingerpicking la tecnica ritmica del “clawhammer” (tipica del banjo e in origine praticata dagli schiavi neri deportati in America). Il virtuosismo di Knopfler è peculiare e non ha niente a che spartire con le esecuzioni di scale a velocità inumane. Il background del chitarrista scozzese è intriso di blues e basta affacciarsi oltre la “stanza Dire Straits” per averne piena conferma: il disco “Missing… Presumed Having Good Time”, del progetto Notting Hillbillies è l’altro volto – polveroso, blues, meraviglioso – che agli inizi degli anni novanta Knopfler iniziava a mostrare. Il percorso solistico gli permetterà di immergersi in pieno anche nelle sonorità folk, raggiungendo uno dei punti più alti con il doppio album del 2012 “Privateering”.

Il filo conduttore di ogni album resta lo stile inconfondibile di Knopfler e “Tracker” non fa eccezione. In una canzone del disco il chitarrista arriva addirittura ad indulgere ironicamente su sé stesso: in “Beryl” – dedicata alla scrittrice Baryl Bainbridge, che fu omaggiata del Booker Prize solo dopo la morte – l’ascoltatore viene volutamente fatto sprofondare dentro “Sultans of Swings”.
La scrittura di Knopfler appare particolarmente affinata ed ispirata: l’appena citata “Beryl” va ad unirsi ad un altro omaggio, questa volta al poeta Basil Bunting, conosciuto quando il chitarrista lavorava come “copy boy” al Chronicles e Basil si era prestato al giornalismo per potersi mantenere. La canzone accoglie il verso che racchiude il tema dell’intero disco: “To have time to think about time”. Avere il tempo per contemplare il tempo, “Tracker” è un tuffo nostalgico nella memoria e grazie all’arrangiamento stile folk club dell’iniziale “Laughs and Jokes and Drinks and Smokes”, la scena si apre con un immaginato campo lunghissimo che sorvola la silenziosa brughiera scozzese, per poi mettere a fuoco un’atmosfera calda, rumorosa e confortante, da pub sperduto tra il verde della terraferma e l’immensità dell’oceano: “Laughs and jokes / and drinks and smokes / and no lights on the stairs / We were young, so young / and always broke / Not that we ever cared”.

Il groove di “Broken Bones” è un palese omaggio al maestro di sempre JJ Cale, mentre “Lights of Taormina” e “Silver Eagle” sono state scritte durante il tour con Bob Dylan. Sono tempi in cui si fatica a capire ciò che ci si dovrebbe aspettare da un artista, e più la fama di quest’ultimo è notevole più le idee sembrano farsi confuse, ecco perché è rincuorante scoprire – per l’ennesima volta – che c’è ancora qualcuno in grado di non annoiare nonostante la formula applicata sia ormai la stessa da sempre: scrivere belle canzoni non è così semplice e scontato come si potrebbe pensare. Mark Knopfler ha confermato di esserci riuscito ancora.