Perché non c’è un’età per rimettersi in gioco. Chiunque operi in un settore che produce cultura, in tempi in cui della cultura si è fatta carta straccia e parole vacue, sa che c’è un momento per cadere e uno subito dopo per rialzarsi.

Questa storia inizia con uno spettacolo, Crimini del cuore, che comprende quella macchina da recitazione che è Elisabetta Pozzi. Accanto c’è Benedicta Boccoli, nata dalla tv, cresciuta e diventata adulta nel teatro. C’è un bellissimo testo. Le premesse, insomma, perché sia un successo. Poi accade quello che di questi tempi è ordinario: il produttore se ne va per presunti motivi di salute. Lo spettacolo non si fa più. Lui dice di essersi ammalato, in realtà meglio darsela senza troppe spiegazioni.

Succede così che Boccoli si trova in mano un testo, niente altro. Nell’altra mancano i soldi perché si faccia. Bussa con gli altri colleghi alle porte. Tutte chiuse. È lì lì per rinunciare (forse, non c’è da crederle) quando la chiama un teatro, il San Babila di Milano, e le chiedono di andare avanti comunque. Con due soldi-due, lo spettacolo si farà. Praticamente autoprodotto, con un cast rivisto, ma il 18 sarà ad Agrigento, poi a TortonaMilano. “Avevamo già tutto, contratti firmati, piazze vendute, ma il produttore sparisce. Io, la Pozzi, il regista Marco Mattolini e la compagnia, chiamiamo tutto il teatro italiano per mantenere l’operazione, ma ci voltano le spalle. Nel mio cuore sapevo che non si poteva buttare via uno spettacolo così, un testo meraviglioso con un’idea di regia fortissima. Dopo qualche mese ci chiama il Teatro San Babila di Milano, Marco Vaccari, dicendoci che non poteva far saltare lo spettacolo. Avrebbe perso credibilità e comunque gli abbonati vanno tutelati. Abbiamo deciso, lo avremmo fatto a costi bassissimi. Abbiamo unito le forze. Lo scenografo con due lire ha avuto un’idea fantastica, la costumista ha fatto dei bozzetti. Gli attori e i tecnici si sono abbassati le paghe a tal punto che a fine spettacolo non si porteranno a casa nulla. Ci siamo fatti la locandina da soli. Abbiamo formato una specie di cooperativa. Non ci sono divi. Siamo semplicemente un gruppo di veri artigiani dell’arte. Perché il teatro lo sappiamo fare anche senza soldi”.

Continua Boccoli, osso durissimo: “Il sistema ammazza la cultura? I Comuni non pagano? I produttori scappano? Beh noi, siamo qui, tutti insieme appassionatamente come dei diciottenni che iniziano una nuova carriera. Una specie di meritocrazia professionale. Anche senza guadagnare”. Dopo, chissà. Il titolo rimasto, Crimini del cuore. C’è Boccoli, Fulvia Lorenzetti, Paola BonesiCristina Fondi, Marco Casazza e Leonardo Sbragia. Tutti fior di professionisti. E se funziona continuerà. Una storia di ordinario teatro, almeno ai tempi di oggi. E un’attrice, Boccoli, testarda più che mai. “Questa volta ce la giochiamo”, spiega Boccoli, “non è tempo per restare disoccupati. Ci sono le bollette, il mutuo, c’è Nina che è cucciola e deve mangiare. La regola ormai è questa. Ogni tanto penso che possa andare solo per chi può permettersi di scegliere, per quelli ricchi: io non sono ricca, non posso scegliere. Ieri Giorgio Albertazzi diceva che ero l’artistissima, una dea vaporosa e lunare in bilico tra Assia Noris nelle commedie di Mario Camerini e l’ammirazione per il tip tap di Eleanor Powell, oggi mi trovo nell’esperimento di mettere anima e cuore in uno spettacolo che è una cooperativa. Partiamo con le valigie di cartone e speriamo che ci vada bene. Senza piangersi addosso. Io lo volevo questo testo”.

Storie ordinarie nel mondo del teatro che in Italia è rimasto elitario senza élite, appiattito sulla televisione e sui format che possano funzionare. “Non ci sono produttori che hanno voglia di rischiare, in nessun ambiente. Dunque va bene quella che funziona in tv e che non è un attrice, ma fa cartellone. E’ giusta la moglie di un calciatore da Riviera, va bene lo spettacolo che ha già funzionato altrove. Va bene tutto quello che
non è rischio. E l’arte muore. Non c’è nessun produttore che scommetta su un giovane, non c’è voglia di rischiare. E noi, che siamo attori con le pezze al culo perché il teatro non è il cinema, tra poco rimarremo anche senza le pezze. A meno che non si trovi una terza strada, quella che percorro oggi. Pochi fronzoli, sostanza e niente soldi”.

Fu Gianni Boncompagni, un po’ genio e un po’ farabutto, a inventarsi le sorelle Boccoli. Una, Brigitta, bella come il sole, l’altra, Benedicta, più talentuosa. Brigitta ha sposato un Orfei, lavora nel circo e fa la mamma. Benedicta ha cominciato quasi subito col teatro. Scarpre grosse, lunghe tournée, una coppia di fatto con Maurizio Micheli, e successi. Mai un flop. E’ arrivata a 48 anni, Benedicta, ma appena possono i registi le mettono le trecce e i calzettoni, perché quello è il suo personaggio. Svampita per fartelo credere, una voce che assomiglia a quella di Monica Vitti, una tecnica maturata, cresciuta, rubata a tutti quelli con i quali ha lavorato.

“Io me la rifarei tutta la strada”, racconta. “È un momento difficile per il teatro, ma passerà. L’altro giorno ho incontrato Ambra Angiolini alla prima del suo film. E’ stata bravissima. L’ho abbracciata e le ho detto che per me vederla così, in un ruolo che le sembra cucito addosso, in una pellicola che non passerà inosservato, mi ha trasmesso orgoglio. Veniamo più o meno dalle stesse cose. Abbiamo fatto la fatica di smarcarci dalla tv. E ora nessuna crisi può privarci del teatro e dell’arte, la nostra casa, il nostro rifugio. Di noi e del pubblico che ci siede accanto e ci chiede di continuare”.

da Il Fatto Quotidiano del 13 aprile 2015