Un’autobiografia in musica che segna un momento di passaggio tra il passato e il futuro. Ecco cosa rappresenta per Paola Turci Io sono, il suo nuovo disco in uscita il 21 aprile. La cantautrice ha ripreso in mano la sua storia musicale e l’ha riletta in chiave elettroacustica, con nuovi arrangiamenti e sonorità più vicine ai suoi gusti attuali. Ha scelto così di dare nuova veste a dodici brani che fanno parte del suo repertorio quasi trentennale. La scelta è ricaduta su canzoni che hanno per lei un valore affettivo notevole: da Volo così a Bambini, da Stato di calma apparente a Ringrazio Dio. A completare il lavoro tre pezzi inediti: Questa non è una canzone e Quante vite viviamo, entrambi scritti dalla Turci e da Marcello Murru, e poi Io sono, firmata da Francesco Bianconi dei Baustelle e dal cantautore Pippo Rinaldi “Kaballà”, che dà il titolo all’album e rappresenta anche il singolo di lancio. Perché, come ammette la stessa cantautrice, questa canzone “ha avuto la capacità di mettermi davanti a uno specchio per farmi vedere chi ero, anzi, chi sono”.

Quindi Io sono ha aperto la strada a un percorso di autocoscienza?
In realtà sia questa canzone che l’intero album proseguono e completano il discorso letterario che avevo cominciato con la mia autobiografia, Mi amerò lo stesso, uscita a settembre dell’anno scorso. Ho voluto in qualche modo collegare il passato con il futuro, riprendendo in mano la mia storia. Ho deciso di rispolverare anche pezzi che non sono stati delle hit, ma che racchiudono momenti importanti a livello personale. Il tutto riletto in una chiave acustico-elettronica che è un po’ il mio modo di sentire la musica oggi.

Hai lavorato molto sull’aspetto emozionale degli arrangiamenti.
Assolutamente sì. Ho voluto infatti mettere in primo piano la voce e l’interpretazione. Abbiamo lavorato molto in questo senso. Con i nuovi arrangiamenti le parole delle canzoni arrivano più nitide, chiare, dirette all’orecchio di chi ascolta. E alla fine l’album ha acquistato le sembianze di un lavoro di inediti, proprio perché i pezzi si presentano in veste totalmente diversa.

Perché hai scelto di affidare la produzione del disco a Federico Dragogna, chitarrista dei Ministri?
É un artista che ha una cultura musicale incredibile. L’ho ascoltato per la prima volta durante un concerto di Vasco Brondi, con cui lui collabora. Erano loro due in acustico. Mi hanno emozionato. Sono andata poi a sentire tutte le cose che aveva fatto in precedenza. Ho assaporato le sonorità e le idee che aveva messo in altri lavori e così ho cominciato a parlare con lui di questo disco. Io avevo già cominciato a lavorare con il mio gruppo alla pre-produzione dell’album. Gli ho fatto sentire le mie cose e a lui sono piaciute molto, così è nata la nostra collaborazione.

Il disco verrà stampato anche in vinile. Hai nostalgia del passato e di un certo modo di fruire e fare musica?
No, perché mi piace l’avanzare delle idee e anche della tecnologia. Sia chiaro, adoro i suoni vintage, quelli di un amplificatore valvolare, ma credo che la scelta più giusta sia impiegare tutte le forze in campo. Non ho nostalgia del vinile perché mi rendo conto che oggi sarebbe poco pratico lavorare soltanto con quello, soprattutto per le nuove modalità di ascolto della musica. Credo che attualmente si debba coniugare l’analogico e il digitale, sfruttando quindi una tecnologia in continuo movimento.

Oggi partecipare a un talent show è il modo più veloce per emergere con la musica. Cosa pensi degli attuali percorsi artistici?
Credo che ogni cammino sia faticoso. Io faccio riferimento spesso alla strada che ha fatto la mia amica Laura Pausini: è partita dal Festival di Sanremo, riscuotendo un grandissimo successo con La solitudine. Ma poi, per arrivare dov’è oggi, quindi al successo mondiale, ha lavorato tanto, è cresciuta, si è migliorata. Ogni percorso artistico porta con sé un sacrificio enorme, abnegazione, sia che parta dai talent show televisivi che dai locali di periferia. Alla base, infatti, c’è comunque un viaggio personale che prevede la stessa fatica e la medesima dedizione alla musica. Perché, fondamentalmente, se non passi attraverso il sacrificio non arrivi da nessuna parte.

C’è una persona a cui devi dire grazie se sei diventata una cantautrice?
Sì, si tratta di Gaio Chiocchio, un cantautore e compositore che è morto negli anni Novanta. Vincenzo Micocci, il mio primo produttore, voleva che facessi l’interprete, invece io desideravo scrivere i miei pezzi. Gaio è stata la prima e unica persona che ha aperto i miei quaderni e ha letto ciò che scrivevo. Gli ho confessato questa ansia di esprimermi e lui mi ha insegnato a scrivere in forma canzone.

Prossimamente sarai in tour: ti vedremo in versione elettroacustica, come nel disco, o con un assetto più rock?
Dipende dalle situazioni: nei teatri e nei club proporremo qualcosa di più soft, poi quest’estate nei concerti all’aperto porteremo un spettacolo più spinto, energico, rock. Mi conosco, nei live non riesco a rinunciare all’energia.