Ospito sul mio blog il contributo di Enzo Maria Le Fevre Cervini, direttore del Centro di Budapest per la Prevenzione Internazionale del Genocidio e dei Crimini di Massa, coordinatore del dipartimento di studi e ricerche dell’Unimed e docente di Diritto internazionale alla Luiss Guido Carli. Twitter: @enzolefevre
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Le vittime del Mediterraneo sono per la maggior parte persone che fuggono da situazioni di instabilità politica nei propri Paesi. Sono vittime di persecuzioni o semplicemente individui speranzosi di trovare in Europa pace e prosperità – perché nonostante la crisi economica il continente rimane il luogo con più ricchezza pro-capite al mondo – o una speranza di riscatto della propria esistenza e di quella dei loro cari, che vivranno delle rimesse inviate a casa da chi ce la farà a trovare un lavoro.

La comunità internazionale sta da tempo cercando di affidare alle Organizzazioni Regionali il compito di agire in difesa di questi popoli, di fronte ad un’Organizzazione delle Nazioni Unite sempre più incapace di occuparsi contemporaneamente dei vari fronti di instabilità che travolgono il pianeta. Le situazioni in Ucraina, Siria, Libia, Somalia, sono solo le più conosciute delle realtà che spingono popolazioni intere a fuggire dalla guerra o dalle oppressioni.

Non sempre però le Organizzazioni Regionali sono all’altezza o hanno i mezzi per fronteggiare le instabilità politiche all’interno dei propri Stati membri o ha lanciato un rapporto di fuori dei loro confini. Due anni fa il Centro di Budapest per la Prevenzione Internazionale dei Genocidi e delle Atrocità di Massa, un’istituzione internazionale votata al supporto dei governi e della comunità internazionale per la prevenzione dei crimini internazionali, ha lanciato un rapporto sulle capacità della politica estera dell’Unione Europea nel prevenire tali crimini. Un rapporto che oggi rappresenta un solido punto di partenza per iniziare una seria valutazione sulle concrete capacità dell’Unione Europea di essere implementatrice della responsabilità di proteggere – una norma internazionale nata 10 anni fa che declama la responsabilità degli Stati nel proteggere le proprie popolazioni dal genocidio, dai crimini contro l’umanità, dai crimini di guerra e da quelli di pulizia etnica.

Se tale responsabilità dovesse venire meno, allora la Comunità Internazionale dovrà farsi carico di aiutare gli Stati a proteggere le proprie popolazioni oppure, nel caso tali aiuti si rivelassero inefficaci, proteggere essa stessa le popolazioni in questione con ogni mezzo adeguato a tale scopo.

Dal successo ottenuto nell’aver, senza troppi ghirigori diplomatici, delineato le mancanze in seno all’Unione Europea per far fronte a tali responsabilità, il Centro di Budapest ha lanciato un simile progetto a livello africano. Una Task Force di ricercatori africani, affiancati da Samia Nkrumah, politica ghanese figlia di uno dei padri fondatori del panafricanismo e possibile futura presidente del Ghana, e Chris Landsberg, noto accademico sudafricano, si occuperà di redigere una ricerca sullo stato dell’arte delle organizzazioni regionali e sub regionali africane e sulle loro capacità di prevenire fenomeni di instabilità politica nel continente.

Tanto e troppo si è detto circa la necessità di aiutare il processo di riconciliazione libica in modo tale da avere un serio interlocutore nel paese, con cui iniziare un serio progetto di lotta alla tratta e allo sfruttamento di esseri umani. Rimane sempre però la questione di chi porterà avanti questo progetto. La sfida è poter credere che l’Unione Africana possa rivelarsi un’istituzione all’altezza della situazione e che l’Unione Europea possa in questo aiutarla ad affrontare le grandi sfide che il continente africano sta vivendo, dalla crisi libica alle violenze preelettorali del Burundi, passando per la violenta situazione di Boko Haram in Nigeria e le recenti persecuzioni xenofobe in Sudafrica.

Il legame intrinseco tra stabilità politica e crescita economica degli Stati è qualcosa che non può non essere preso in considerazione, se si vuole aiutare gli africani a non fuggire dall’Africa per mera disperazione. Il fenomeno della migrazione non può certo essere fermato, ma possono costruirsi i presupposti perché molti decidano di non partire, trovando loro occasioni di ricchezza e speranza nei propri paesi. La premessa oggi potrebbe essere quella di sforzarsi di ricordare i processi politici ed economici che hanno portato l’Europa ad essere un luogo di pace e speranze, la meta ambita dal resto del pianeta.

Ciò che sta succedendo nel Mediterraneo ci deve far riflettere su quello che come Europa vogliamo essere e su ciò che possiamo fare concretamente perché queste stragi non si ripetano.

di Enzo Maria Le Fevre Cervini