“Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata con la distruzione delle mura di Sana’a”. Iniziava così l’appello che Pier Paolo Pasolini volle rivolgere alle autorità internazionali nel 1971 con il documentario Le Mura di Sana’a. Un cortometraggio che torna alla mente in tutta la sua forza premonitrice, nelle ore in cui gli aerei da guerra della coalizione araba a guida saudita hanno bombardato la capitale yemenita nell’intervento militare contro i ribelli sciiti Houthi. Diversi testimoni locali raccontano che sono state colpite molte zone del centro città. Proprio dove si trovano mura e abitazioni antichissime che Pasolini ritrasse con rapide panoramiche a 360 gradi per una decina di minuti in quella breve opera indirizzata all’Unesco affinché la capitale dello Yemen diventasse patrimonio dell’umanità e venisse aiutata “ad avere coscienza della sua identità e del paese prezioso che esso è” e per “fermare una miseranda speculazione in un paese dove nessuno la denuncia”.

“A Sana’a Pasolini girò Alibech, l’unico episodio non girato nel napoletano del Decameron, che poi non venne montato nella versione finale del film – spiega al FQMagazine Roberto Chiesi, che coordina il lavoro all’interno dell’Archivio Pasolini della Cineteca di Bologna – si ritrovò di domenica mattina, nel giorno di festa della troupe a fine film, e sulla pellicola avanzata dalla lavorazione decise di girare alcune scene in città per poi farle diventare un appello all’Unesco. A Sana’a ci ritornò tre anni dopo, nel 1974, per girare un episodio dei Fiori delle mille e una notteAziz e Aziza con Ninetto Davoli – Pier Paolo era letteralmente innamorato di quella città che nel documentario paragona a Venezia, Urbino, Amsterdam, tanto che per molto tempo ebbe perfino l’idea di comprarci una casa”. “Girò il film in poche ore – continua Chiesi – poi tornò a Roma e lo montò per trasmetterlo in tv nel 1971. Solo che poi ci rimise le mani sopra e nel 1974 aggiunse alcune sequenze girate sotto le mura di Orte (Roma, ndr) e i dodici minuti di Le mura di Sana’a presero la forma finale che possiamo vedere oggi e che all’epoca vennero viste in tv per la serie documentaria Le forme della città”.

Aiutato da Tonino Delli Colli alla fotografia e Tatiana Casini Morigi al montaggio, Pasolini apparve come voce fuori campo per denunciare l’ “irrealtà della speculazione edilizia neocapitalistica” che aveva già mostrato i suoi piloni in acciaio e sui caseggiati basculanti in cemento a ridosso delle mura in pietra e terra antiche di secoli, di cui “la classe dirigente yemenita si vergognava perché povere e sporche”. “Visto che per Pasolini era oramai impossibile fare qualcosa per l’Italia, già antropologicamente sconfitta e distrutta dalla speculazione edilizia, gli rimase l’utopia della salvezza almeno del terzo mondo”, ricorda Chiesi.

Un appello che però ebbe esiti molto positivi dopo la sua morte, soprattutto grazie a Laura Betti: “Negli anni ottanta fu promotrice dell’iniziativa proposta da Pier Paolo in quanto direttrice del Fondo Pasolini e in accordo con il governo yemenita nel 1986 l’Unesco dichiarò quel luogo storico patrimonio dell’umanità, rilanciando una campagna di raccolta fondi per la conservazione di quell’area della città”. Nel 1988, infine, una delegazione ufficiale composta tra gli altri da Romano Prodi, presidente dell’Iri, dal Ministero dei beni culturali, da Laura Betti e da Enzo Siciliano, si recò a Sana’a in quanto fu l’Italia a voler iniziare un progetto pilota per il restauro con un preventivo di circa quindici miliardi di lire per complessivi due anni di lavoro.

“Pasolini aveva un amore profondo per il terzo mondo, per quei luoghi che hanno mantenuto nei secoli intatta la loro identità culturale. Una questione estetica, non estetizzante – prosegue Chiesi – il filo rosso dei viaggi di Pasolini iniziati negli anni sessanta con l’India poi per un film come Appunti per un Orestiade Africana (1970) vennero fatti proprio per trovare quei segni e indizi di una specificità culturale e arcaica, come gli indizi della corruzione dell’Occidente. L’importante è comunque precisare che Pasolini non va ridotto a figura di grande conservatore con questo richiamo contro la modernità. Non voleva di certo che tutto il mondo rimanesse immobile. In realtà la sua visione era più complicata, la sua utopia auspicava un’armonia tra antico e moderno, una forma di conciliazione dove l’antico non venisse sempre cancellato come stava accadendo all’inizio degli anni settanta in Italia”.