Ammazzare due rom a caso. Pescarli tra le baracche e spararli a bruciapelo. Un’azione punitiva per vendicare lo sgarro subito. Sangue innocente per dare ‘soddisfazione’ al boss. Camorra assassina, camorra vigliacca, camorra stracciona. Mirko e Goran Radosavljevic, due giovanissimi, tornavano al campo nomadi di Secondigliano a Napoli. Erano usciti per comperare le pizze. Improvvisamente il raid del ‘gruppo di fuoco’ all’interno della baraccopoli. I killer, incuranti dell’affollata comunità, con estrema freddezza, violenza e cinismo sotto lo sguardo di bambini e donne, estraggono le pistole e fanno fuoco contro i due ragazzi appena giunti.

Il duplice omicidio – siamo nel 2004 – viene catalogato come probabile lite tra rom o un effetto collaterale della sanguinosa faida di Scampia. La storia di Mirko e Goran Radosavljevic è una storia che chiede vendetta. Dopo undici lunghi anni di dolore, rabbia e ingiustizia: i senza voce, gli ultimi tra gli ultimi, i zingari finalmente possono guardare in faccia i mandanti e gli assassini di qull’eccidio. I familiari di Mirko e Goran a denti stretti come nel traversare il deserto si erano arresi, al destino.

E’ stato Giuseppe Persico, un nuovo collaboratore di giustizia, affiliato al clan Mazzarella con il ruolo di reggente, a raccontare la verità, a spiegare le cose come andarono, a certificare come i due rom furono colpiti a bruciapelo e senza colpa solo per punire un furto di connazionali messo a segno nella casa sbagliata. All’epoca dei fatti Giuseppe Persico ricopriva il ruolo di luogotenente del clan Mazzarella a piazza Mercato nel cuore della città.
Il boss Franco Mazzarella, figlio del capostipite e vecchio contrabbandiere Gennaro, è su tutte le furie. Mentre era nella sua abitazione e dormiva con la propria famiglia, dei nomadi entrano e rubano. Il boss non si dà pace. L’irruzione nella sua casa è un’offesa grave, uno sberleffo, una mancanza di rispetto. Una cosa gravissima. C’è chi parla e c’è chi sparla. “Un capo che si fa rubare in casa, che capo è?”. Il boss è furioso. Convoca il gruppo di vertice della cosca e ordina di effettuare delle indagini per conoscere chi sono gli autori del furto. Vuole i colpevoli al suo cospetto. Non ammette discussioni. Minaccia perfino di fermare le attività del clan per liberare uomini da sguinzagliare sulle tracce degli “infami”. I suoi più fidati sgherri devono dedicarsi a scovare i furfanti. E’ la fissazione di Franco Mazzarella. L’immagine conta nella camorra 2.0. Nessun tentennamento c’è in ballo l’onore e la rispettabilità di un boss davanti ai suoi familiari, affiliati e perfino nemici. Pochi giorni e riescono a sapere con certezza che il domicilio di Franco Mazzarella è stato violato da due nomadi provenienti dal campo di Secondigliano e precisamente quello ubicato dietro il carcere, periferia nord della città.

Gli autori del furto non saltano fuori. Minacce, ritorsioni e pestaggi, la comunità rom è coesa: nessuno parla. Il boss taglia corto. Scatta la vendetta. Occorre dare una lezione, far capire agli zingari che con la camorra non si scherza. Che mancare di rispetto a un capo clan equivale a scavarsi la fossa. L’ordine è perentorio: colpire nel mucchio. Uccidere qualcuno appartenente alla stessa etnia degli autori del furto. Parte il raid. Nel mirino finiscono Mirko e Goran Radosavljevic, due ragazzi innocenti che nulla c’entravano con il rubare, con i boss, con i clan, con la camorra. Sangue innocente. Trucidati dalla follia criminale e razzista.

A distanza di 11 anni la Squadra mobile di Napoli dopo una attenta indagine ha acciuffato il boss Mazzarella e i componenti del commando. Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio della città. Con il Comune di Napoli, le altre istituzioni e le associazioni costituite parte civile nel processo. Che Napoli con la sua generosità ricordi i nomi di Mirko e Goran con una targa. E che la loro storia non sia dimenticata e accolta nelle memorie delle vittime innocenti. Ai congiunti si diano tutti i benefici di legge previsti per i familiari delle vittime innocenti della criminalità in Campania.