Aprile 2007, Mosca.

Nella cattedrale del Cristo Salvatore, Putin rende l’ultimo omaggio a Boris Eltsin. Si china e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Il crocefisso di Putin si impiglia nella giacca di Eltsin. Putin non si scompone, strappa il bottone della giacca, se lo mette in tasca e bisbiglia stringendo i denti: “Cosa vuoi ancora da me, vecchio corvo malato?” E, imperturbabile, si risistema la croce al collo.
Musiche di Prokof’ev dal film “Ivan il Terribile”, 1944.

All’improvviso i vetri della cattedrale vibrano alle note di “99 Luftballons” di Nena. Dalla navata più alta del mondo piovono palloncini di tutti i colori. Vecchi nostalgici cercano di bucarli invano con falci e martelli, alcuni oligarchi fanno degli aeroplanini di carta con i loro contratti milionari cercando di abbatere i nemici colorati, come se fossero dei voli della Malaysia Airlines, burocrati lanciano penne e pinzatrici a casaccio, nazionalisti di destra sparano con le cerbottane al polonio ma finiscono per centrarsi a vicenda, servizi segreti e militari salgono sulle panche e cercano di catturare le minacce aeree con dei retini per farfalle, ma cadono rovinosamente e si scontrano tra loro. Le forze in campo, stremate, accusano gli americani di ordire un complotto contro di loro. Così Vladimir Putin si strappa l’abito scuro e rimane col suo bianchissimo judogi. Il presidente russo sferra dei calci rotanti ai palloncini, uno di questi scoppia macchiando la sua candida divisa di vernice rossa. Ma lui incurante continua ad abbatterli in sequenza. Alla fine è cosparso di vernice rossa da capo a piedi, ma il popolo, daltonico, non nota nulla, e inneggia a Putin: il nuovo zar che ha ristabilito l’ordine.
“Waterloo”, ABBA, 1974.

13 marzo 2015.

È nato il figlio di Vladimir Putin. La sua compagna, ex ginnasta olimpionica, Alina Kabaeva, ha partorito nella clinica di Sant’Anna di Tessin nel Canton Ticino. Un’infermiera accompagna Putin nel caveau della clinica, il presidente russo apre la cassetta di sicurezza e vede il figlio per la prima volta. Si sprigiona un’oscurità improvvisa, violenta come la luce nella valigetta di Pulp Fiction. Il bambino ha il viso pixelato e una banda nera censura gli occhi. Il papà stringe la mano del neonato calorosamente. In realtà Putin aveva avuto due gemelli ma dall’ecografia non risulta. Il secondo feto si muoveva troppo, sintomo di eccessiva vivacità, così è stato rimosso dalla foto come si faceva una volta con gli oppositori epurati dal regime.
“Mamma Mia”, ABBA, 1975.

Putin taglia il cordone ombelicale, inaugurando il suo primo figlio maschio, il suo erede. Alina si esibisce in virtuosismi tecnici con il cordone ombelicale, improvvisa una coreografia, e come una cowgirl, acchiappa al lazo l’oro di Madrid 2001 ritirato per doping; farmaci dopanti e siringhe volano in aria, disegnano traiettorie suggestive, sospese in aria, come se perfino la gravità avesse paura di Putin. Il presidente russo, eccitato, improvvisa un duetto con la compagna, fa volteggiare elegantemente i nastri delle intercettazioni degli oppositori politici, necrologi di giornalisti e striscioline di documenti distrutti affidatigli da Snowden, infine afferra un mappamondo, e come Chaplin ne Il Grande Dittatore, lo scaglia in aria e ci gioca sapientemente, stravolgendone i confini con tratti di penna a tempo di musica.

Tre ragazze del collettivo punk delle Pussy Riot si intrufolano nella clinica, scavalcano il filo spinato, scostano la tendina di ferro e rapiscono il bambino. Le azioni si svolgono al doppio della velocità come nelle comiche del cinema muto.
Sulle note di “We’re a happy family” dei Ramones, Putin e agenti dei servizi, inseguono le rapitrici. Man mano che il bambino si allontana dal padre, riacquisisce l’identità, i pixel si diradano dal viso, la pecetta sugli occhi si schiarisce. Gli occhi sono quelli del bambino di “Rosemary’s baby”, ma meno umani. Una delle ragazze incontra il suo sguardo, si spaventa e le sfugge il passeggino che scivola nella scalinata Potemkin di Odessa. Il passeggino si libra in volo, il bambino di Putin sorride divertito e urla: “сёстры!”, ossia: “Sorelle!” In poco tempo si radunano tutte le figlie del presidente russo: Mariya, Yekaterina, e altre quattro, poi cinque. Sono tutte bionde, solo le prime due si conoscono. Le tre Pussy Riot capiscono ora di essere figlie di Vladimir Putin. Nessuna dice nulla, si guardano soltanto, come guidate da una forza misteriosa seguono il neonato a bordo del passeggino, che avanza lentamente, staccato qualche centimetro da terra.
“La mela di Odessa”, Area, 1975.

Le giovani, si sono barricate nella scuola di Beslan, in Ossezia del nord, con il neonato. I militari sono pronti all’irruzione, ma il Presidente li blocca. “Siete pazzi? Ci sono i miei figli là dentro!” Le forze speciali russe schifate dalla cedevolezza del Presidente, immettono nel condotto di areazione un gas, una sorta di fentanil, fornito da Gazprom. Putin s’infuria, ma ormai è tardi. “Cosa avete fatto?!” Disperato entra nella scuola, le sue figlie e il piccolo sorridono, stanno bene. Non fa in tempo a rallegrarsene che il gas lo soffoca. Una macchia a forma di Gorbaciov gli compare sulla fronte, poi assume le fattezze di Eltsin, cambia nella cartina dell’Unione Sovietica, si restringe in quella della Federazione Russa e infine sulla fronte compare il logo di Gazprom che lentamente si dissolve.

Putin, privo di sensi, sogna Kasparov, lo scacchista e oppositore politico, che sta mettendo su una scacchiera umana: la regina, una Femen ucraina col seno scoperto, sbeffeggia l’alfiere, il patriarca di Mosca, Kirill, intanto i pedoni, composti da giovani nazionalisti ucraini, democratici, filo russi di Crimea, militari ucraini e paramilitari russi, in sella a cavalli e carri armati, si scontrano disordinatamente, vicino la piazza Rossa, mentre un cecchino spara seminando il terrore dalla torre più alta del Cremlino. Il re è immortale, quindi si gioca per lo spettacolo, solo perché i diritti televisivi sono già stati assegnati. Lo scacco matto è impossibile, la situazione è di stallo. Uno stallo russo, quasi come quello messicano, ma con solo una pistola carica, quella dello zar. “Forse è per questo che i russi amano gli scacchi, almeno lì hanno la possibilità di far fuori il sovrano”. Un militare abbassa le palpebre dell’ex zar e disgustato pensa: “Per un attimo i suoi occhi mi sono sembrati quasi umani”.

Medley dei CCCP (1984-1985):
-Live in Punkow;
-CCCP;
-Punk Islam.

In tutta Europa c’è una fuga di gas e forse non si tratta di un incidente. Oltre deliri e apatia, questo gas causa un bisogno irrefrenabile di affidarsi a governanti autoritari e nazionalisti che calpestano lo Stato di Diritto, reprimono il dissenso di oppositori e giornalisti e che violano i diritti umani ogni giorno. La cosa peggiore è che Gazprom ha il monopolio dei deliri, controlla i sogni, e inserisce degli spot tra una visione onirica e l’altra, impedendo di scorgere un’alternativa.
“Life’s a gas” di Joey Ramone, 1995.