“Zero candidato allo Strega? Come farà a gestire tutta questa ansia?”. È questo il primo pensiero che faccio quando vengo a sapere che Zerocalcare è stato scelto, nientemeno che da Igiaba Scego e Daria Bignardi, per il premio letterario più prestigioso che abbiamo. “Timido come una suora orsolina”, “sociopatico” (le espressioni sono sue), irriducibile sognatore cresciuto con i miti degli anni ’80 e ’90 (“Per me Han Solo è reale quanto Obama“), segnato inesorabilmente dai “Cavalieri dello Zodiaco”, lettore onnivoro in perenne adorazione di Gipi e Boulet, divoratore di plum cake e nerd 100% original (“Me sò fatto i tatuaggi per sembrà meno sfigato”), lo incontro in occasione del Salone Off di Torino appena prima di essere risucchiato da un’infinita platea di pubblico adorante, che si sta già pregustando il momento finale in cui si metterà diligentemente in fila per avere il famoso disegno personalizzato a richiesta. “Ci tengo, ne faccio uno a tutti quelli che me lo chiedono”. In pochi secondi io riesco a rubargli un armadillo: “Posso farti questo che è la cosa più veloce che so fare?”. Lo guardo estasiata mentre lavora concentratissimo sul tratto. Immancabile la felpa Adidas con le maniche tirate su e un borsone da viaggio strapieno, tipico di chi non è molto abituato a fare valigie (“Se sto più di quattro giorni lontano da Rebibbia mi viene l’orticaria. Giuro”).

Zero, ti sentirai a tuo agio davanti a tutta questa gente venuta apposta per conoscerti…
Assolutamente no. Sta roba del successo mi mette un’ansia, vorrei morì…

Ecco appunto: per non rincarare la dose, lo sai vero che “Dimentica il mio nome” (il suo ultimo libro uscito a metà ottobre per BaoPublishing, ndr) in sole sette settimane è diventato il fumetto più venduto del 2014 e in appena tre mesi ha venduto 80mila copie?
Una cosa che mi terrorizza, anche perché domani potrebbe finire tutto. Sarebbe la volta buona che vado davvero a lavorà in aeroporto…

Però a questo punto possiamo dire con tutta tranquillità che fare fumetti è il tuo lavoro.
Solo adesso sto cominciando a pensare che lo possa essere davvero. Solo ora sto iniziando a fare pace con alcuni lati di me, tipo l’eterna insicurezza. Comunque, per la cronaca, ho smesso di dare ripetizioni di francese solo un mese fa.

Per usare un’espressione a te cara, pensa “come sta a rosicà” adesso quel ragazzino? Sai cosa voleva dire per lui fare ripetizioni con Zerocalcare…
(Ride). Penso di non avergli insegnato assolutamente nulla, me sò pure addormentato due volte. Però forse gli ho passato qualcosa che sui libri non c’era.

In “Dimentica il tuo nome” per la prima volta scopriamo uno Zero più intimo e molto poco generazionale. È la tua idea di libertà che si è fatta sentire? Avevi bisogno di smarcarti dall’etichetta di “portavoce” di una generazione che ti hanno affibbiato?
Non mi sono mai riconosciuto come un’icona generazionale perché ho sempre raccontato delle piccole parzialità della mia vita e non ho mai avuto la pretesa di raccontare né tutta la mia vita figuriamoci tutta una generazione. L’esigenza non è stata tanto di smarcarmi da qualcosa ma piuttosto di fare quello che mi pare, di non dover per forza inseguire il modello che ha sempre funzionato, cosa che mi ‘ansia’ un po’.

Una scelta coraggiosa…
Ho notato che quando faccio qualcosa che mi annoia la gente si annoia a leggerla. Anche se poi il mio gradimento di un disegno appena fatto a volte è inversamente proporzionale a quello del pubblico: quando penso di aver disegnato una schifezza piace tantissimo e viceversa.

Nel libro racconti un pezzo di storia della tua famiglia che corre lungo tre generazioni: tua nonna, tua madre e te. Ti sei esposto troppo?
Questo libro c’ha dentro un pezzo dell’anima mia, racconta dei fatti veramente accaduti, c’ho messo un anno e mezzo per prendere le misure e decidere come raccontare questa storia. Per scegliere quali parti potevano essere date in pasto al pubblico e quali no ho fatto un ‘G2’ con mia madre che mi ha fatto promettere di non svelare mai cosa è vero e cosa fantastico, anche se posso dire che sono molte di più le parti reali. Perché un conto è raccontare il proprio dolore, un altro è raccontare quello di qualcun altro. Serviva cautela. L’introduzione dell’elemento surreale era un modo per tutelarmi e non rivelare aspetti che non volevo mettere in piazza.

Un libro che ho trovato struggente, meraviglioso mix tra malinconia, dolcezza e ironia. Un libro che è anche sul diventare grandi, come quando dici che forse a un certo punto impari a percepirti in modo diverso, diventi il “monte di qualcun altro”. Oggi ti senti così?
Mi sono ritrovato del tutto spiazzato davanti al dolore, soprattutto quello di mia madre, la mia roccia. Sono andato pure io in crisi. Ma adesso mi sento che posso cominciare a proiettare un po’ di ombra, sì. Però ti dico oggi, tra due giorni capace che ho azzerato tutto. È un momento di estrema transizione. Chissà se sono cose definitive, se si torna indietro…

Uno dei tratti che più amo dei tuoi lavori è il tuo rapporto con la memoria…
Sento molto forte l’esigenza di non perdermi i pezzi di ciò che ho vissuto. “La profezia dell’armadillo” anche è nata così, per fissare un ricordo. Ma la memoria in senso assoluto per me è importante. Oltretutto vengo da una comunità in cui l’appartenenza e l’identità sono molto sentite, e sono basate proprio sulla trasmissione di alcuni valori.

A proposito di questo, il tuo mondo è fatto di centri sociali, case occupate, cultura punk, però non ne parli mai…
Sì, perché rispetto alla mia comunità sono molto rigido, non potrei mai prenderla in giro come invece faccio con me stesso. È anche il motivo per cui non parlo mai di politica. La locadina anti-Salvini l’ho fatta solo perché me l’hanno chiesta degli amici.

Certo che anche come punk sei sfigato…
(Ride di nuovo). Sì, perché ho scelto di essere uno “straight edge”, uno che non beve, non fuma e non si droga. Sono così da tredici anni. Non faccio nemmeno il brindisi di Capodanno. Prima bevevo eh, e mi piaceva pure. Ma è proprio una scelta di vita totalizzante.

Nel libro c’è anche il primo incontro con l’armadillo. Ma da dove arriva questa idea?
Premesso che l’incontro con l’armadillo è una roba vera, anche se non so se sia all’origine di tutte le mei sociopatie, l’armadillo l’ho creato narrativamente per dare voce a quell’aspetto più chiuso di me e per evitare che tutta una serie di cose venissero raccontate solo con le didascalie. Era un espediente per realizzare scambi di dialoghi più vivaci.

Come definiresti il tuo stile?
Uno stile per sottrazione: non so disegnare i muscoli, le ombre. Il 90% degli autori che lavorano per Bonelli e Panini mi schifa.

Quando hai cominciato a disegnare?
Da ragazzino disegnavo i dinosauri e Paperino, non li avrei mai fatti vedere a nessuno. A 16 anni poi ho cominciato a mostrarli a qualche amico quando mi sono affacciato alla scena punk. I miei amici suonavano, cantavano, questo era il mio modo di dare un contributo. L’esigenza narrativa vera e propria invece è arrivata dopo l’esperienza al G8, non per esorcizzarla, ma per farla circolare il più possibile.

Se ti chiedessero (se non l’hanno già fatto) di creare tutta una serie di gadget ispirati ai tuoi lavori come la prenderesti? Il tipo dei centri sociali che diventa un’icona pop?
Me l’hanno chiesto tutti: pupazzi, agende, magliette, calendari… Finora ho detto no. Però non c’ho dei dogmi definiti. A pelle dico no, ma razionalmente poi potrei anche farlo un giorno. Non significherebbe per forza vendersi. La differenza la fanno i contenuti che uno mette.

In futuro ci dobbiamo aspettare un fumetto senza Zerocalcare protagonista?
Non sono bravo come sceneggiatore di storie di altri. Scrivo di me perché so cosa penso.

Idee per il prossimo lavoro?
Forse scriverei di questo: con l’adolescenza non arriva la pace.

Domanda d’obbligo: lascerai mai Rebibbia?
No. Rebibbia è la mia oasi di pace, non è il Bronx che tutti pensano. Su questo posso metterci la firma. La gente può venire a casa a menarmi coi bastoni se me ne vado. Anche tra 30 anni mi troverete lì.