Alla radice dei pregiudizi nei confronti degli abitanti del Sud ci sono ragioni di carattere politico, culturale e persino scientifico. O pseudoscientifico. Lo storico Rosario Villari sottolineò, infatti, che “alla fine del secolo scorso (XIX, ndR) le idee dei sociologi sul rapporto tra la razza e alcuni fenomeni caratteristici dell’arretratezza del Mezzogiorno erano largamente accolte nell’opinione pubblica italiana e trovavano molto credito nelle file dello stesso Partito Socialista; […] uno dei primi obiettivi polemici del meridionalismo democratico e socialista fu proprio il pregiudizio razziale nei confronti del Mezzogiorno, diffuso specialmente negli ambienti operai del Nord influenzati dal riformismo socialista”.

E così, il siciliano Napoleone Colajanni, già nel 1898, dovette contestare con forza e ironia, a tratti, le posizioni razzistiche della cosiddetta scuola lombrosiana. “Il Lombroso, infatti, in numerose e ben note pubblicazioni, ha sostenuto sempre che l’alta delinquenza di alcuni paesi, specialmente di alcune regioni d’Italia, devesi all’influenza di un fattore irriducibile: la razza”. I seguaci del criminologo veronese si affannavano in deduzioni in cui statistica e dati antropometrici vengono assunti come dimostrazioni di assunti opinabili e discriminatori. E guai ad avere un cranio dolicocefalo… La dice lunga, a tal proposito, la diatriba, tuttora aperta, sul cranio del “brigante” Villella, finito sotto i ferri del criminologo Lombroso, che vi ritrovò la fossetta occipitale interna o cerebellare mediana, il tratto peculiare dell’attitudine alla “delinquenza”, che dimostrava i suoi assunti…

Le idee sulla razza hanno avuto la loro influenza lungo il secolo XX, come tutti sappiamo. E hanno sempre trovato qualche scienziato che si è prodigato a dimostrare questa o quella teoria. Ma, nel secondo dopoguerra, un altro approccio è stato scelto per spiegare il divario socio-economico tra Nord e Sud d’Italia. È prevalsa la spiegazione che coinvolge il cosiddetto “familismo amorale”, che, secondo il politologo americano Edward Banfield, spiegava la carenza di una capacità d’azione collettiva – al Sud – in termini non di razza, ma culturali.

Come ricorda Emanuele Ferragina in un suo interessante articolo sulla questione, “Banfield sostenne che l’incapacità dei meridionali di agire collettivamente per contribuire al miglioramento della situazione socio-economica del loro paese era la logica conseguenza dell’habitus culturale di prendersi cura esclusivamente della propria famiglia nucleare e del suo benessere di breve periodo”.
Ferragina, su basi scientifiche, dimostra bene come la teoria del familismo amorale, pur avendo validità generale, non spiega la mancanza di propensione all’azione collettiva tra i meridionali. Inoltre, “i meridionali sembrano essere meno familisti amorali dei settentrionali”. E che l’approccio di Banfield “è più importante per spiegare la mancanza di propensione all’azione tra gli altri cittadini europei piuttosto che fra i meridionali”.

Ora, superate le spiegazioni basate sulla razza o sugli stereotipi, potrete immaginare che queste storie siano ormai desuete e degne di un armadio ebbro di naftalina. Devo dissulludervi.

Il terzo millennio non è scevro da argomentazioni forti sulle genti del Sud. Ad esempio, potreste imbattervi negli studi del Prof. Richard Lynn, che, dal 2010, “finalmente” ci spiegano l’arretratezza del Sud. Sulla rivista scientifica Intelligence (si chiama proprio così), egli si propone di dimostrare che “Le differenze nel quoziente di intelligenza (IQ) tra nord e sud Italia corrispondono a differenze nel reddito, educazione, mortalità infantile, statura e alfabetizzazione”. Fino a sostenere, a parole sue, “The lower IQ in southern Italy may be attributable to genetic admixture with populations from the Near East and North Africa”.

Della serie: non siamo noi razzisti, stavolta, siete voi che frequentate la gente sbagliata, corrompendo il vostro patrimonio genetico. Occorrono ulteriori commenti? Per fortuna, arrivano i nostri. I ricercatori italiani Vittorio Daniele (Università di Catanzaro) e Paolo Malanima (CNR) hanno analizzato il lavoro di Lynn e nel 2011 hanno pubblicato un lavoro che giunge a delle conclusioni alquanto nette: i risultati del loro studio non confermano il nesso causale tra quoziente intellettivo e i dati economici di un territorio, smentendo in maniera drastica i risultati ottenuti dall’accademico britannico.