Uscire alle porte della primavera, mentre imperversa l’heavy rotation sanremese, per le label indipendenti non è mai una mossa suicida. Anzi, può intercettare meglio le distanze che il pubblico alternativo mediamente nutre per l’Ariston e le sue offerte musicali, rilanciando di conseguenza altri suoni e voci. Dunque abbiamo scelto tre realtà, molto diverse tra loro per genere ma qualitativamente mature, che ci danno quel margine necessario per constatare la buona salute del Paese (artistico) reale.

Daniele Celona è la scommessa di Sony Music e NøeveRecords. Non fate l’errore di associare il nome di una major ad una proposta ecumenica per le radio, perché il nuovo disco “Amantide Atlantide” è tutto fuorché rassicurante. L’artista torinese, già attivo come polistrumentista nei live di Levante e come collaboratore nei reading di Capovilla, ha una scrittura che non perdona. A ciò si aggiunge una padronanza sorprendente della voce, a suo agio tanto nella potenza quanto negli sfumati e nei falsetti. L’album ha tinte alt-rock, risentendo anche dell’aiuto degli amici Nadàr Solo (come nel capitolo d’esordio “Fiori e Demoni”), che l’hanno affiancato anche nella pre-produzione oltre che nei live. Il topos ricorrente di “Amantide Atlantide” è il conflitto, che parte dalle dimensioni più microsociali per arrivare alle oppressioni macroeconomiche sugli individui, senza però mai indulgere in “spiegoni” spalmati su una linea melodica. La chiusura del disco è affidata ad “Atlantide”, un fiore poetico nato laddove una relazione finisce. Nell’affresco di una “generazione perduta” il suo cantautorato è un investimento sicuro per la capacità di rispondere alle urgenze grandi e piccole del nostro tempo.

Se vi piace, invece, la musica che evoca nuove spiritualità oscure da scoprire, i Melampus fanno al caso vostro. Ad un anno appena da “N°7”, il duo bolognese formato da Francesca Pizzo e Angelo Casarrubia porta alle stampe “Hexagon Garden” (Riff/Sangue Disken/Old Bycicle). L’esagono è denso dei vapori di una mistica pagana cadenzata da drum machine analogiche, un corpo dark-wave che si nutre di seduzioni sciamaniche. Si apprezza un ottimo lavoro compiuto dalla Pizzo con la voce e il pregiato ricorso a pattern ricavati da rumori ambientali processati. Anche negli esperimenti “casalinghi” in presa diretta, come “Pale blue gemstone”, riassumono con efficacia una poetica che oscilla tra luce e tenebra. Per chi ama trovare le ascendenze a tutti i costi, potremmo citare le pulsazioni della white dub, le liturgie (e il santur) dei Dead Can Dance unite ad una Siouxsie più sedata e, infine, le cattedrali di droni di Tim Hecker. In realtà nei 33 minuti del disco troverete molta personalità, perché raramente ascolterete da altri questi mantra di vibranti stati dell’anima e della mente.

Sorprende, invece, il debutto da veterano di BeWider. Con questo moniker si firma Piernicola Di Muro, già apprezzato e prolifico compositore di partiture per film. Con la pubblicazione dell’EP “A Place to be Safe” (VolumeUP) l’artista si è messo alla prova su una scrittura musicale “pura”, svincolata cioè dalla sonorizzazione di pellicole. In sei pezzi, tre strumentali e tre cantati, BeWider propone un’unica narrazione che accoglie l’elettronica dei 90’s berlinesi, le narcosi trip-hop di Bristol e inattesi innesti di modern-classical. Uno storytelling delicato e vario, a cui si aggiungono le voci di Francesca Amati (Comaneci, Amycanbe) e Jester At Work, oltre alla strumentazione classica della Brandenburgisches Staatsorchester. “Following the river flow” – incipit del disco – assesta un colpo magistrale ordendo un’elettronica emotivamente densa che cospira con la vocalità “dreamy” della Amati. “Distress”, invece, dialoga a distanza con i nervosismi dei Terranova di “Concepts”. “A Place to be Safe” è una miscela di grande impatto e raffinatezza sebbene si diversifichi per genere musicale dominante in ogni traccia. Non ci sorprenderà se Sorrentino dovesse prelevare da questo disco una traccia per un suo prossimo film.