In Brasile, mentre nei giorni scorsi si è riusciti a recuperare 180 milioni di reali della Petrobras (circa 57 milioni di euro) da un conto svizzero, dove erano stati dirottati, migliaia di persone protestavano per le strade di diverse parti del Paese. Alcuni di essi sono riusciti persino a montare una tenda sul tetto di un edificio del governo a Brasilia. Nel frattempo centinaia di studenti universitari rischiano molto seriamente di non poter proseguire negli studi per un black-out del sistema informatico che dovrebbe distribuire le borse di studio, che non riescono a ottenere nemmeno recandosi di persona agli sportelli. Code interminabili bivaccando per la strada dalle 3 del mattino. Ma il governo non lesina di sicuro i soldi nel disperato tentativo di fare bella figura alle Olimpiadi. Cosa che molti dubitano che riuscirà.

È prevista una manifestazione domenica alla chiesa della Candelaria di Rio. Si vocifera persino di un tentativo di impeachment della Presidenta Dilma. Chi protesta sono ovviamente per lo più lavoratori. Lo stipendio minimo sono 754 reali (al cambio odierno circa 230 euro). Quasi schiavitù, visti i costi in ascesa continua delle grandi città, sempre che uno il lavoro ce l’abbia. I dati ufficiali parlano di 4,8% di disoccupazione. Ma il sospetto è che il governo utilizzi parametri comodi. Sempre secondo loro gli abitanti delle favelas in tutto il Brasile sono solo 11 milioni (su 200), mentre un qualsiasi viaggiatore ragionevole potrebbe rendersi conto in pochi giorni che sembrano essere almeno metà della popolazione. Dei parametri ne parleremo un’altra volta. Della realtà dei cosiddetti ‘Sem Terra’, i senza terra, gente che vive arrangiandosi nei campi e nelle foreste, intendo invece parlare ora.

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La situazione territoriale brasiliana non è ben conosciuta al di fuori del Paese. Si tratta di uno dei territori più ricchi del mondo e il governo lo sa bene, anche se oggi non c’è quasi più nulla da predare facilmente, se non forse ancora sesso dalle ragazzine. Ma ci sono ancora minerali, petrolio, coltivazioni e legname, tra i rimasugli della foresta atlantica, ridotta ormai dell’85%. Oggi, pur in paesaggi magnifici, si trovano coltivazioni di legnami, caucciù, cacao, caffè, ma soprattutto pascoli a perdita d’occhio. È lo sfruttamento industriale del passato, inizialmente proprietà di ricchissimi latifondisti e oggi… proprietà di altri latifondisti.

Non è cambiato nulla: i ricchi padroni dell’epoca coloniale, nel XX secolo hanno lasciato il passo ai colonnelli, i quali, quando crepano, sono sostituiti dai politici corrotti di oggi, proprietari di quasi la totalità del territorio a pascolo del Paese. Se i pascoli devono lasciare il passo a qualcos’altro lo faranno nei confronti delle biomasse destinate alla produzione di biocarburanti, come canna da zucchero e soia. In sostanza lo sfruttamento intensivo del territorio, che gli indigeni chiamano Madre Terra, non viene meno. E mentre i ricchi politici corrotti si rimpinzano di carne, i poveracci ‘sem terra’ devono accamparsi dove capita con baracche di fortuna, coltivare appezzamenti dimenticati, essere usati come servi o aspettare che il governo federale, bontà sua, dia prima o poi loro un appezzamento che avrà dovuto espropriare ai latifondisti, politici di quello stesso governo.

La sostanza è che i ‘sem terra’ si trovano seriamente nei pasticci, dovendo fare fronte agli attacchi, talvolta letali, dei proprietari terrieri, spalleggiati dalla polizia. Sembra inventato, ma è la verità e la gente crepa. Può capitare di incontrarli in baraccopoli ai cigli delle strade del nordest o nelle foreste. Altre volte può succedere di incontrali, come in questi giorni, per la strada, in villaggi o paesi che manifestano per i loro diritti. Sono molto sul chi vive, rischiano seriamente.

Poco tempo fa, mentre stavo risalendo in auto verso nord nello stato di Bahia, dopo Ilheus, sulla strada che attraversa quella che è conosciuta come la Costa del Cacao, mi addentrai a un certo punto su uno sterrato accidentato nella boscaglia. Ogni tanto mi imbattevo in qualche baracca, fino a quando raggiunsi una sorta di accampamento di baracche di fortuna di legno e paglia, ricoperte di teloni di plastica, all’interno di un recinto. Sul grande cancello all’entrata sventolava una bandiera: Movimento Sem Terra. Presi la macchina fotografica, scesi ed entrai nel recinto. All’interno c’erano due persone che vi lavoravano. Chiesi se potevo fare alcune foto. “Perché?” – fu la risposta di uno dei due. L’altro invece, che non vedevo poiché dietro una delle baracche disse: “Fallo entrare, fallo entrare. Accomodati amigo, come se fossi a casa tua”. Capii che si trattava del capo del gruppo. Dal volto interessante e lo sguardo intelligente, zoppicava un po’, aiutandosi con un bastone. Mi raggiunse e mi strinse la mano. “Questo pezzo di terra ci è stato dato dal governo. Raccogliamo il cacao nella foresta, lo lavoriamo e lo vendiamo – mi disse – ma è durissima. L’ideale sarebbe riuscire a produrre qui il cioccolato, come fanno altrove. Qui ci vivono quasi settanta persone, uomini, donne, bambini e anziani. Per noi è pericoloso poiché è accaduto altrove che i fazenderos (i proprietari terrieri – nda) abbiano ucciso alcuni di noi. Anche se il territorio ci è stato affidato dal governo non c’è alcun controllo e dobbiamo tenere alta la guardia per difenderlo e per difendere la nostra incolumità”.

Di sicuro non è che possa imputarsi al governo la totalità della difficile situazione. Ma è certo che ci sia qualcosa che non va affatto, per quanto tentino di nasconderlo ad ogni costo. Alcune favelas a Rio sono presidiate da carri armati e ne parlerò in una prossima occasione. Sono i traficantes che decidono cosa si può fotografare, filmare o non filmare, come è accaduto di recente con una troupe italiana ufficiale. La situazione è tale che nemmeno giornali e reti in qualche modo controllati dal governo, riescono a nascondere il reale stato di cose. Venerdì i ‘Sem Terra’ sono arrivati a protestare a San Paolo, cordonati da reparti della polizia, mentre a Rio hanno scioperato gli operatori ecologici con grave disagio. Il sindaco di Rio, Eduardo Paes, ha ammesso pubblicamente in un’intervista televisiva che il Brasile sta attraversando un momento molto difficile. Staremo a vedere.