Ci sono due fatti storici che nell’immaginario collettivo sono legati alle celebrazioni per la Festa della donna: il rogo della fabbrica Cotton a New York dove nel 1908 persero la vita 62 operaie e quando in Russia, nel 1917, le donne di San Pietroburgo scesero in piazza per chiedere la fine della guerra, dando così vita alla “rivoluzione russa di febbraio” che ispirò la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste dell’8 marzo. Abbiamo chiesto ad alcune firme e amiche del Fatto Quotidiano di raccontarci se festeggeranno. E se non lo faranno, cosa pensano bisognerebbe fare di “diverso” dal solito il giorno della Festa della donna. E che cosa vorrebbero ricevere dagli uomini al posto delle solite mimose, alle quali ormai sono allergiche. Le stesse domande (che fare per vivere un 8 marzo diverso) rivolgiamo alle nostre lettrici, perché ci rispondano all’indirizzo lettere@ilfattoquotidiano.it  o nello spazio commenti qui sotto.

DANIELA RANIERI
Meglio far nulla che celebrare i 364 giorni di “festa dell’uomo”

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Non c’è festa più ipocrita dell’8 marzo. Non è solo colpa degli uomini: ogni anno truppe di scalmanate si riversano nelle pizzerie per darsi alla trasgressione (un calco del già avvilente ideal-tipo trasgressivo maschile) e schiere di rispettabili signore fanno letture seriose, pur di fare qualcosa che gli altri giorni non possono fare: pensarsi libere. Da ricorrenza inventata dalle tetragone operaie della Russia pre-rivoluzionaria per i diritti delle donne, la Giornata internazionale della donna si è trasformata in una specie di Carnevale del sessismo benevolo, in cui vengono sovvertite tutte le regole a patto che il giorno dopo si riaffermi lo status quo. Il femminismo sosteneva la forza e l’autonomia delle donne; ora è una retorica moralista che in alleanza inconsapevole col maschilismo vede nella donna una figura debole e dipendente.

La formula “i diritti delle donne” si è logorata fino a non significare più nulla, se le donne delegano a tutelarli quegli uomini che hanno la bontà di promuoverle. Le donne di potere sanno che la retorica della doglianza è una garanzia di inattaccabilità. C’è la festa della mamma, del papà, del gatto, degli innamorati e della donna, mentre non c’è una festa dell’uomo. Segno che in un mondo di uomini e donne, quella dell’uomo si tiene 364 giorni all’anno. Io l’8 marzo non faccio nulla, dove questo far nulla non ha alcun intento polemico né contro “i diritti delle donne” né contro chi fa finta di assecondarli negandoli: è il semplice far nulla di chi rifiuta l’alternativa.

SELVAGGIA LUCARELLI
Niente quote rosa, ci fanno diventare solo casi umani

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Per me l’8 marzo è la festa degli uomini. È l’unico giorno dell’anno in cui li stimo pienamente, perché nessuno mi fa mai gli auguri o mi regala un fiore da anni. Quando ho chiesto spiegazioni ad alcuni amici o fidanzati del momento mi hanno sempre risposto: “Non ce la vedo una come te che dà importanza a una festa da donnetta vetero femminista”. Io detesto il concetto quote rosa, le feste dedicate e la retorica boldriniana, tutte queste cose non mi fanno sentire una donna, ma un caso umano. In ogni campo, a parte eccezioni, anche in quelli che dovrebbero essere di competenza più femminile, al vertice della piramide ci sono gli uomini. Perfino nei campi che gli uomini duri liquidano come cose da donnette. Noi siamo pettegole e parrucchiere però poi le riviste di gossip le dirigono gli uomini. Noi stiamo dietro a scarpe e vestiti però il presidente della camera della moda è un uomo.

Le mimose comprate al semaforo le scarti a casa e si polverizzano tipo la tomba egizia appena l’archeologo toglie i sigilli. Cene tra amiche per carità. Non amo il cameratismo femminista. Non amo neppure il neologismo “femminicidio” perché lascia presupporre, appunto, che la violenza sulle donne sia una novità. I mariti e padri padroni di una volta forse ce li siamo dimenticati. Le scarpe rosse non le appendo. Le indosso. Avremo la parità quando nessuno ci riterrà meno credibili per una décolleté rosso fuoco.

LUISELLA COSTAMAGNA
Cominciamo dal ministro delle Pari Opportunità (che non c’è)

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Non mi piace la Festa della donna, così come non mi piacciono le quote rosa. Sanno di riserva indiana. Ma in un Paese come il nostro – in cui le donne sono ancora, purtroppo, in una riserva indiana per diritti, possibilità di carriera, discriminazione, violenza subita – è forse un male necessario: un’occasione per farsi sentire e, possibilmente, cambiare le cose. Abbiamo tante ministre donne, ma non una alle Pari Opportunità, come se non ce ne fosse bisogno, e già questo vuol dire molto. Se ci fosse, le chiederei un’unica cosa: reale e piena parità tra uomini e donne sul lavoro, a cominciare dalla retribuzione. In Italia le donne – pur essendo più laureate degli uomini – lavorano meno di loro e, se lavorano, hanno posti più precari e salari inferiori: in media il 9 per cento in meno a parità di qualifica. La violenza e i femminicidi, che sono emergenza nazionale, sono anche aberrante conseguenza di questa discriminazione sociale, che con la crisi si è aggravata. Se le donne vengono considerate meno degli uomini in ufficio, lo saranno pure in casa, no?

Allora risparmiateci la retorica della Festa della donna, del solo giorno all’anno in cui “le donne sono un patrimonio”, della legge sul femminicidio in cui infilate anche le Province, e fate qualcosa di davvero utile: parità occupazionale, di retribuzione e di carriera. Perché si possa finalmente dire, ogni giorno dell’anno: è la persona migliore per occupare quel posto, la più brava e la più competente. Uomo o donna non conta.

SABINA CIUFFINI
Immaginiamo qualcos’altro, quando saremo meno stanche

ciuffiniParlando tra noi, carissime donne italiane, cos’è che non abbiamo? Non abbiamo autorità né rilevanza politica, non abbiamo club esclusivi di potere economico, non abbiamo né banche né eserciti né pozzi di petrolio… ma abbiamo l’8 marzo. Tra le nostre fila non abbiamo versioni femminili statisticamente significative di dittatori sanguinari, serial killer, avvelenatori di pozzi, violentatori, mafiosi, trafficanti di carne umana, torturatori… ma abbiamo l’8 marzo. Rare eccezioni a parte , non abbiamo la possibilità di contemplare buoni esempi di corretta amministrazione, pratiche di pace sul pianeta, cura dell’ambiente, tutela dei deboli, libertà di culto, motivi ragionevoli di felicità… ma abbiamo l’8 marzo.

Un direttore di buona volontà mi chiede di scrivere di questo 8 che ci celebra e ci perseguita, ci irrita e ci rende indulgenti. Per l’ennesima volta faremo finta di niente in attesa che passino articoli e convegni, facendo buon viso a cattivo gioco, mentre il nostro segreto monologo interiore sull’8 marzo rimane, per fortuna, inespresso. Cent’anni di solitudine ci hanno insegnato la prudenza e soprattutto che “non si butta niente”. In futuro, quando saremo meno stanche, forse la prossima volta forse chissà quando, propongo di immaginare un 8 marzo memorabile e totalitario, un 8 marzo che passi alla storia e che nessuno, su questo pianeta, possa più dimenticare.

ELISABETTA AMBROSI
Aboliamo l’idea che, in qualche modo, “ci arrangiamo sempre”

ambrosi nuova Amerei ancora di più l’arrivo della primavera se non fosse infestata da una ricorrenza che mi provoca autentica angoscia: quella dell’8 marzo, col suo stanco corredo di mimose e di incoraggiamenti istituzionali. Già verso fine febbraio comincio a guardare preoccupata l’albero dello sfortunato fiore davanti casa di mio suocero, che a causa del cambiamento climatico inizia a sbocciare prima del tempo, ricordandomi l’infausta festività dal senso evanescente.  

Dobbiamo festeggiare la donna e la sua femminilità? Allora perché snocciolare tristi litanie che ricordano i dati sulla disoccupazione femminile, la differenza negli stipendi, l’assenza di servizi? Dobbiamo, al contrario, denunciare con veemenza la condizione femminile per cambiarla? Allora che senso ha stracciarsi le vesti per ventiquattr’ore, invece di legare la ricorrenza a qualche obiettivo concreto – e vincolante – per la classe politica? Vista l’indifferenza di quest’ultima per la situazione delle donne italiane (ma d’altronde: anche dei poveri, dei giovani, degli immigrati e via dicendo e a pensarci bene allora ci vorrebbe la Festa del giovane, dell’immigrato, del povero) molto meglio sarebbe una coerente indifferenza alla celebrazione. Però un buon proposito per questo 8 marzo ce l’avrei: aboliamo la rassicurante idea che le donne alla fine, tra lavoro, casa e figli, “si arrangiano”. O meglio: usiamo il verbo nel suo vero significato. Sì, spesso si arrangiano: cioè rinunciano, subiscono, restano frustrate e deluse. Almeno, diciamo le cose come stanno.

VERONICA GENTILI
I fiori non bastano più a distrarci: passerete alle droghe pesanti?

gentili Dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Che a questo punto però si sarebbe anche stufata di stare dietro e si metterebbe volentieri davanti. Sperando che il grande uomo appena retrocesso in seconda linea non si trasformi in un piccolo uomo. Qualora gli uomini, piccoli o grandi che siano, dovessero sentirsi usurpati e vessati da queste grandi donne impostesi in prima fila, si suggerisce l’introduzione delle quote blu, che permettano al maschio un minimo garantito di posti al sole, in nome della parità di genere. Per quanto riguarda il tentativo di utilizzare la mimosa come sedativo per ammansire e chetare le velleità femminili, si fa presente che nel fiore non sono state riscontrate proprietà lisergiche.

Volendo quindi persistere nel sabotaggio della parità di genere estesa a tutti i giorni dell’anno mediante omaggio floreale una tantum, si suggerisce di mettersi in cerca di sostanze dal comprovato valore psicotropo, dirottando dal fioraio allo spacciatore. Forse solo sotto l’effetto di droghe pesanti, i panda in gonnella potranno trovare appropriata una festa che li consacri ufficialmente a specie protetta. Le donne hanno sperimentato e continuano a sperimentare in prima persona le vessazioni su coloro che vengono percepiti come più deboli e questo deve renderle particolarmente sensibili a derive politiche retrive che, senza neanche farne troppo mistero, ammiccano alla supremazia del più forte.

ROBERTA DE MONTICELLI
Russia 1917, Italia 1946: festeggiamo i diritti civili

de monticelli

8 marzo 1917, le donne di San Pietroburgo scendono in piazza per chiedere la fine della guerra, dando vita alla “rivoluzione russa di febbraio”. Non per distrazione muliebre, ma perché in Russia vigeva ancora il calendario giuliano, in luogo di quello gregoriano. Magari fosse continuata così, la rivoluzione russa, come finì la sua primavera. Con la proclamazione da parte della Duma di libertà di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di sciopero; eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza limitazioni di condizione, di religione e di nazionalità; abolizione della polizia, sostituita dalla milizia popolare; convocazione di un’Assemblea costituente ed elezioni delle amministrazioni locali per voto universale, diretto, eguale e segreto; diritti civili garantiti ai militari compatibilmente con il servizio…

8 marzo 1946, per la prima volta, tutta l’Italia ricorda la Festa della donna. L’Italia è incinta della sua Costituzione. Nascerà bellissima, vivrà nella miseria. Maggio 1968. Si festeggia il ventennale della Dichiarazione Universale dei Diritti umani. Jeanne Hersch, il più grande dei miei maestri, dirige la sezione di filosofia dell’Unesco. E impegna le risorse di quell’organizzazione raccogliendo testi tratti dalle tradizioni e culture del mondo, anteriori al 1948, “in cui si manifestasse, in qualunque forma, un senso dei diritti dell’uomo come tale”. 8 marzo 2015. È appena uscita la nuova traduzione italiana di questa magnifica Antologia mondiale della libertà. Vorrei farne omaggio a Lady Pesc, perché un’idea le si accenda in cuore.

SILVIA TRUZZI
Oddio, anche “otto” e “marzo” sono maschi. Che dirà la Boldrini?

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Partiamo dalla grande emergenza: “Otto” e “marzo” sono entrambi maschili. Dove sono le nostre politichesse, le legislatore, le amministratore? Che fanno? Possibile che sia ancora in vigore il calendario Gregoriano (ooo!) dove tutti i mesi e i giorni sono virili? Non è vita.

E cambiate fiore: la mimosa puzza e lascia la polverina gialla. Poi chi li lava i vestiti? Non dite la lavatrice, anche la lavatrice è una di noi. Noi siamo quelle del gender gap, del “ruolo sociale multiplo”, degli stereotipi nelle pubblicità. Noi non serviamo a tavola l’oppressore, noi portiamo i pantaloni come l’oppressore. Non siamo in cerca di guai, e nemmeno davanti al telefono che non suona mai. Siamo donne liberate, preferiamo il paladino all’arrotino; siamo moderne e aggiornate: via il diritto alla parità, ecco il diritto alla differenza e alla conferenza. La conferenza è come la tavola rotonda “sull’imprenditorialità al femminile”: non si nega a nessuna. Siamo avvocate, sindache, ministre, un po’ lady Oscar e pure ladylike, dopotutto mascara fa rima con fanfara e carriera con banchiera. Per fortuna c’è la presidenta Boldrini che dà voce alle nostre necessità più urgenti come “l’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere”. Eppure, nonostante gli editti, qualche maschilista-sciovinista osa ancora spiritosaggini tipo “quello che le donne dicono è peggio di quello che non dicono”. (Ps: mala tempora sarà mica femminile?)

BARBARA SPINELLI
Celebrare così un genere significa chiudere una gabbia

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È la prima volta che scrivo sulla festa delle donne, e probabilmente l’ultima. Non mi piacciono le feste “di genere”, come non mi piacerebbero giorni dedicati a una razza. Penso che ogni essere umano abbia più radici, più essenze e propensioni: naturali o non naturali. Non mi piace essere definita, e appena qualcuno lo fa cerco di dirgli che in quella definizione non mi riconosco, se non parzialmente. Ogni definizione la considero una gabbia, anche se distinguere è necessario sempre . Ogni festa in onore di tale definizione ha il potere, temibile, di confermare ed esaltare la gabbia, dunque una sorta di surrettizia intoccabilità e separatezza.

Non mi piacerebbe neppure una festa dell’essere umano, e non ho mai capito l’usanza di alzarsi un piedi, quando nella liturgia cristiana si ricorda la Creazione e si evoca il giorno in cui Dio creò l’uomo. Mi sembra un giorno infausto: bisognerebbe sprofondare, piuttosto che di ergersi trionfalmente. Infine: m’infastidisce l’abitudine, apparsa in Germania negli anni 70 e oggi diffusa in Italia, di storpiare la scrittura con il ricorso al maschile-femminile: compagni(e), amici/amiche, cari/care. Aspetto con timore il momento in cui scriveremo, perché imposto dall’etichetta femminista: Dio/Dea. Avrete capito che guardo al femminismo con un certo distacco prudenziale. Come Doris Lessing, sono convinta che il femminismo ha fatto molte nobili battaglie (e ancora molte avrà da farne), ma ha causato non pochi danni, e durevoli, nel rapporto fra uomini e donne.

a cura di Caterina Minnucci
da il Fatto Quotidiano del 7 marzo 2015