Uno dei film recenti che ha fatto più discutere, in seguito all’assegnazione degli Oscar americani, è stato The imitation game, di Morten Tyldum, con protagonista Benedict Cumberbatch nei panni del matematico e critto-analista Alan Turing. Secondo me (ma leggendo i commenti a caldo su Twitter, durante quella serata, non sono l’unica a pensarlo) l’Oscar alla sceneggiatura del film è stato un riconoscimento troppo piccolo, per la grandezza di quel film. E, comunque, io voglio vederlo come un Oscar alla vita, alla storia, al libro scritto da Andrew Hodges (edizioni Bollati Boringhieri, 18 euro, 750 – settecentocinquanta! – pagine) con il nome di ‘Alan Turing. Storia di un enigma’. Ho finito di leggerlo da poco, è un libro magnifico.

Alan Turing. Storia di un enigmaLa cosa più sorprendente di questo libro è la cura del dettaglio nella scrittura dei risultati fisici che viaggiavano di pari passo alla vita (e alle teorie) di Turing. La fisica come elemento importante e fondamentale (necessario e sufficiente) alla spiegazioni dei fenomeni, e alla ricerca di domande irrisolte sull’infinitamente piccolo e infinitamente grande, che si facevano in quel periodo. Oltre, naturalmente, ai suoi confronti intellettuali con gli altri matematici, da Hilbert a Godel. Turing è nato nel 1912, a Londra, quindi in uno degli anni più belli per le scoperte scientifiche, e in uno dei posti più belli dove farle circolare. La nascita della meccanica quantistica, le scoperte di Fermi e Marie Curie, poi Hubble con l’espansione dell’Universo, Dirac con l’antimateria, l’effetto Compton, la relatività generale. Tutto è successo, ed è stato scoperto in quegli anni, tutto poteva essere ancora scoperto. E trovare una testa, così ben descritta come in questo libro, come quella di Alan Turing, era proprio quello che mancava.

Per questo il libro su Turing è pazzesco. E’ consigliato a chiunque abbia curiosità, chi abbia voglia di farsi continuamente domande, abbia esigenza continua di nuovi dubbi da cui farsi abbracciare. Lo stesso entusiasmo nella lettura di un libro, l’ho riposto – subito dopo – in un altro bellissimo romanzo (appena uscito). ”L’amore è un progetto pericoloso”, di Graeme Simsion (Longanesi, 14.90 euro, 360 pagine). Simsion, con il protagonista Don Tillman, professore di genetica australiano, mi ha fatto viaggiare con la testa e aperto mondi, mi ha fatto rivivere esattamente cosa vuol dire avere avere una mente scientifica, che ti permette solo di ragionare per punti, in maniera logica, e con pochi fronzoli. Tillman spiega bene cosa vuol dire avere l’Asperger (non solo in questo libro, anche in “L’amore è un difetto meraviglioso”, uscito l’anno scorso sempre per Longanesi), in un passaggio fondamentale. Quando dice che la differenza tra un persona con autismo e una con Asperger è esattamente come tra Rain man e Einstein.

Quindi, per chiudere questa pagina dedicata alla sindrome di Asperger nelle menti più geniali, non posso non citare il mio scrittore preferito, Marc Haddon. Il suo “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” (Einaudi, 16 euro, 248 pagine). Era l’anno 2003, e lui fu il primo a raccontarmi con il protagonista Christopher, un bambino di dieci anni, la sindrome più bella del mondo nella letteratura. E forse anche nella realtà.