“Prima che nascesse mia figlia non ho mai prestato attenzione all’inquinamento. Non ho mai portato la mascherina”. Comincia come una confessione personale, il documentario autoprodotto che sta conquistando la Cina. Distribuito su internet, è una vera e propria bomba mediatica. Ne parlano tutti, i social media sono impazziti. Almeno 100 milioni di visualizzazioni in poco meno di tre giorni. Si chiama Qiongding zhi xia (Under the Dome) ed è una denuncia accorata e documentata delle conseguenze della sete energetica cinese sulla salute umana. Di fatto attacca le organizzazioni più potenti del paese. Dai potentati del carbone e del petrolio fino al ministero dell’Ambiente e alle banche di Stato. Ma molti di coloro che hanno lavorato al documentario provengono dalla Cctv e sicuramente hanno grande esperienza dei media di Stato. Non puntano mai direttamente il dito contro il governo, ma l’imputato è chiaro. Ogni anno in Cina ci sono tra le 350 e le 500mila morti premature legate all’inquinamento atmosferico. Si potrebbe quasi parlare di un’epidemia. E il governo, cosa fa?

Chai Jing, fino allo scorso anno presentatrice della televisione di Stato Cctv, ha lasciato il lavoro dopo aver scoperto che la bambina che aspettava aveva un tumore benigno. La neonata è stata operata appena nata. Dal ventre alla sala operatoria, senza passare dall’abbraccio materno. La vicenda l’ha scossa così profondamente che è passata all’azione. Il risultato è questo documentario che, incredibilmente, non è stato (ancora) censurato. Tutto lascia credere che sia un’anticipazione delle risoluzioni che annunciate in questi giorni dal governo. Si è aperto infatti il lianghui, l’appuntamento politico più importante dell’anno. È ciò che di più simile esiste in Cina al nostro Parlamento, una doppia assemblea chiamata a legiferare. E c’è di più. Il giorno prima al rilascio del documentario è cambiato il ministro dell’Ambiente. Come a dire: il responsabile di questo disastro non è più in carica. Il nuovo ministro, Chen Jining, si è affrettato a complimentarsi personalmente con Chai Jing e il suo team per il lavoro svolto.

“Sapete quanto carbone brucia la Cina? Bruciamo più carbone noi del resto del mondo messo insieme”. Chai Jing immagina di dover rispondere a tre semplici domande di sua figlia: “Cos’è l’inquinamento? Da cosa è derivato? Cosa possiamo fare? Lo fa con una narrazione a più livelli che mescola il suo commento di madre e giornalista impegnata a cartoni animati didattici, grafici, interviste a esperti e immagini di forte impatto. A novembre scorso la Repubblica popolare si è impegnata a raggiungere il tetto massimo delle emissioni entro il 2030, ma è dal carbone che ancora proviene il 70 per cento dell’energia per lo sviluppo cinese. Così, dopo aver commosso con la sua storia personale, la giornalista inanella una denuncia dopo l’altra.

Non si rispettano né si innalzano gli standard qualitativi di carbone, benzina e motori perché c’è un evidente conflitto di interessi: i controllori di fatto coincidono con i controllati. Intervista a questo proposito un ricercatore dell’Accademia cinese per la ricerca ambientale che le spiega con semplicità: “La stragrande maggioranza dei membri dei dipartimenti tecnici [quelli che dovrebbero regolamentare e controllare gli standard qualitativi] vengono dall’industria petrochimica. Sono il 60 o 70 per cento, in alcuni dipartimenti superano addirittura il 90 per cento”.

E ancora. Molte delle industrie che consumano più carbone e petrolio, ad esempio le acciaierie, sono di fatto vive solo grazie ai sussidi delle banche di Stato. “Il governo non dovrebbe aiutare le industrie obsolete e inquinati. Quello che dovrebbe fare è offrire, in maniera imparziale, opportunità per le industrie del futuro”. Chai Jing conclude con un accorato appello all’azione: “Se ci guardiamo alle spalle, la lotta dell’umanità contro l’inquinamento è fatta di migliaia di persone comuni che un giorno hanno detto: Non sono soddisfatto. Non voglio aspettare né delegare. Voglio prendere posizione e fare qualcosa. Qui, adesso”. Lei l’ha fatto. Ora la palla passa al governo.

Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2015