Si sentiva “come un’anomalia”, come diceva quella canzone di De André, e forse come un’anomalia se n’è andato, lui che “viaggiava in direzione ostinata e contraria”, proponendo, ai tempi di Twitter, del selfismo compulsivo e della soglia di attenzione a 45 minuti, uno spettacolo teatrale monstre, di quasi 5 ore e mezza: è morto ieri sera, al Policlinico di Milano, dove era ricoverato – pare – per un virus, il maestro Luca Ronconi. “So benissimo di essere un’anomalia, anche come regista. Se c’è stato qualcuno sempre pronto a disconoscere quello che aveva appena fatto sono proprio io. Questo non è solamente bizzarria o insofferenza… Quello che posso fare è cercare di mantenere viva la curiosità per quello che succede intorno, per ciò che è necessario”.

Avrebbe compiuto 82 anni l’8 marzo: oggi la sua “famiglia teatrale” deciderà come onorarlo e omaggiarlo per l’ultima volta; anche Sergio Escobar, il direttore del Piccolo Teatro di Milano, di cui Ronconi era l’“alter ego” artistico, non se l’è sentita ieri notte di commentare al telefono, e a caldo, una notizia così tragica per tutto il mondo dello spettacolo e della cultura italiani. “Non avrei potuto fare altro che teatro, che ritengo il lavoro più bello del mondo”, disse il regista, ma anche pedagogo e attore, a Gianfranco Capitta in un libro pubblicato da Laterza nel 2012. “È un’attività anche terapeutica… Per me il teatro era l’unico territorio in cui potessi respirare naturalmente”. Il suo battesimo teatrale avvenne a 4 anni, come spettatore, ma fu buttato fuori dalla sala poco dopo l’intervallo: la madre, infatti, lo aveva portato ad assistere a una commedia, e gli aveva promesso che la scena sarebbe cambiata nel secondo atto. Rialzatosi il sipario, quando il bimbo rivide gli stessi, logori arredi del primo tempo, iniziò a strepitare e lamentarsi, tanto da essere cacciato dalla platea.

Sono passati quasi 78 anni da quel debutto nel mondo teatrale, 62 dall’esordio sul palcoscenico come attore e 52 dalla prima regia con la compagnia di Corrado Pani e Gianmaria Volonté. La svolta artistica arrivò nel 1969 con la messa in scena dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto adattato da Edoardo Sanguineti, uno “spettacolo-festa che invase chiese e piazze” e rivoluzionò la storia del teatro, non solo italiano, tanto che qualcuno azzardò: è stata una vera e propria “rivoluzione copernicana”. Dopo aver diretto le principali istituzioni teatrali nazionali, tra cui la Biennale di Venezia, gli Stabili di Torino e Roma e gli allestimenti per le Olimpiadi invernali torinesi nel 2006, nel 1999 Ronconi fu chiamato al Piccolo per affiancare Escobar: qui diresse alcuni dei capolavori della storia del teatro nostrano, come La vita è sogno, Il sogno, Infinities, Lolita, Candelaio, Quel che sapeva Maisie, Professor Bernhardi, La compagnia degli uomini, spaziando poi dalle tragedie greche alle pièce ultracontemporanee di Rafael Spregelburd, da Brecht, Strauss e Shakespeare alla drammaturgia italiana di Pirandello, Ruffolo e Massini.

Negli oltre 60 anni di attività artistica, comprese le regie televisive e quelle operistiche, il sublime teatrante ha ricevuto anche quattro lauree honoris causa ed è stato premiato, due anni fa, con il Leone d’Oro alla Carriera. Allora, il presidente della Biennale Paolo Baratta disse: “In questo caso la parola ‘carriera’ è sminuente; nel caso di Ronconi dobbiamo parlare di un’intera vita dedicata al teatro, nella quale teatro e vita sono state una cosa sola. Ronconi ha saputo e sa essere un maestro per i giovani, cui ha trasmesso la sua sapienza. Se i più “grandi” riuscissero sempre a far questo, oggi non saremmo a parlare di crisi e i giovani avrebbero vie migliori di quelle che portano a rapide illusioni. In più il maestro ha saputo essere un interprete del proprio tempo, senza mai concedersi al facilmente e immediatamente consumabile, e soprattutto vivendo nella storia del proprio Paese in piena libertà intellettuale”.

Sul suo sito, www.lucaronconi.it, compare la sua intera, fluviale teatrografia, che “come un’anomalia”, affettuosamente, si apre con un pudico cenno biografico: “Nasce a Susa (Tunisia) dove la madre Fernanda insegna lettere”. Il finale si ferma alla Lehman Trilogy, l’acclamatissimo spettacolo che ha debuttato al Piccolo Teatro Grassi il 29 gennaio (imperdibile, e ancora in corso), e che, non a caso, è un’opera complessa e rizomatica sulle radici, sulle radici tradite, su quell’ “unica radice che ho e che mi fa male”, come sosteneva una poetessa. Ronconi, per parte sua, nonostante la malattia, che lo costringeva a lunghe e pesanti dialisi, non ha mai smesso di lavorare e di pensare al teatro, “questo mestiere, che ho già definito il più bello del mondo, e anche salvifico per chi ha bisogno di salvarsi – da chissà che, poi?”.

Da Il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2015