Due corpi sul palco. Pochi oggetti e nessuna scenografia: lui e lei soli in scena, come a suggerire la solitudine dell’uomo di fronte al suo percorso del dolore. Fino al 22 febbraio alla sala Bausch del Teatro Elfo Puccini di Milano, le prime note di “Orfeo ed Euridice” (in scena Giacomo Ferraù e Giulia Viana diretti dal regista argentino César Brie) hanno un aspetto comico e accolgono uno spettatore rasserenato. Se non fosse che l’intreccio si sviluppa poi fino a diventare uno schiaffo, segnale di una discesa nelle profondità del tema dell’eutanasia.

“La macchina era sbandata. Testa coda. Finita contro un lampione. Dentro, una giovane donna era in coma. Era l’estate del ‘93”. Ecco l’incontro tra amore e morte che spinge Giacomo a scegliere se mantenere in vita Giulia. Una scelta che lo trasformerà in un Orfeo arrovellato dal dubbio mentre osserva la sua Euridice scendere nel mondo dei morti. “E se lei si svegliasse un giorno? E se un mattino aprisse gli occhi? Lasciarla andare significa ucciderla?”, sono le parole che ingombrano le mente e lo sguardo di Giacomo mentre trascorrono i giorni accanto alla sua compagna ormai in coma irreversibile.

“Orfeo ed Euridice lo abbiamo fatto alla luce del tema dell’eutanasia – racconta il regista argentino César Brie – cioè Orfeo nel voltarsi stacca la spina. L’Ade non è più il regno dei morti ma il regno dei non morti. L’Ade, così come lo mostriamo nello spettacolo, è il risultato di una prassi medica che tecnicamente è andata così avanti da impedire a qualcuno di morire, ma è tecnicamente così indietro da non permettergli di riacquistare le proprio facoltà”. La co-produzione della compagnia Eco di Fondo e di Teatro Presente è uno spettacolo ammaliante per la sua lucida aderenza al reale. “Lasciarla andare significa ucciderla o è il gesto più puro, l’amore che si afferma nella perdita?”, sembrano chiedersi i gesti scenici mentre la dolcezza dell’amore di coppia snocciola domande come fosse una moderna Sherazade, intenta a porsi continui interrogativi solo per ritardare al giorno dopo la decisione ultima.

Sul palco del teatro milanese una pièce di graffiante bellezza, dall’interpretazione degli attori a una regia visionaria che cerca di interrogarsi con il mito (e soprattutto con il teatro) su temi come l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. E quel che emerge non è una risposta limpida: messa nelle mani degli spettatori, invece, l’estrema umanità dell’uomo. “Nella nostra versione – continua César Brie – in qualche modo Orfeo vuole voltarsi, perché voltandosi potrà finalmente perdere la sua donna nell’infinito amore”. Voltarsi, e perderla, quindi, proprio nel rispetto del proprio rapporto di coppia. In soli cinquanta minuti di spettacolo Giacomo Ferraù e Giulia Viana riescono a riempire gli occhi del pubblico di vivide immagini dai contorni tanto poetici quanto di cruda durezza. “È stata una grandissima avventura – racconta l’attrice e fondatrice di Eco di Fondo Giulia Viana – e soprattutto una grande esperienza di vita confrontarsi con dei casi limite così pregnanti di vita, nonostante il tema centrale sia la morte”.