Ognuno ha i dualismi che si merita. C’è chi si divideva tra la Tigre di Cremona e la Pantera di Goro, chi tra i Beatles e i Rolling Stones, chi tra Madonna e Cindy Lauper. Alla mia generazione, quella nata sul volgere degli anni 90, scampati per un pelo allo scontro titanico Duran Duran vs Spandau Ballet è toccata la battaglia tra Oasis e Blur. Da una parte i fratelli Gallagher, dall’altra Damon Albarn e Graham Coxon, come dire, la coattaggine rock’n roll di due manchuniani capaci, in un sol boccone, di cancallare i dilemmi esistenziali di Morrisey tanto quanto la sfrontatezza politicizzata di Ian Brown, contrapposta a una certa naivite tutta cockney, della serie: ma come parli?, ma come ti vesti?, ma che musica suoni?. Inutile dire da che parte stesse lo scrivente, notizia per altro del tutto trascurabile. La loro musica era, ed è, l’incarnazione mentale del brit-pop, tanto quella degli Oasis ne è l’incarnazione di pancia. E il brit-pop, si sa, è uno degli ultimi fenomeni musicali, insieme al grunge, registrato nella storia della musica contemporanea, poi si è iniziato a parlare solo di come fruire la musica, non più di che evoluzione ha intrapreso la musica stessa.

Nei fatti i Blur, è noto, hanno avuto una vita travagliata nei primi anni del nuovo millennio, con l’abbandono di Coxon, prima, e con una inevitabile fine della storia comune, poi. Albarn, che di quella band è anima e mente si è dedicato a una serie infinita di progetti, culminata con un disco solista, Everyday robots, che ha fatto gridare in molti al miracolo. E ora, proprio nel momento in cui i Gorillaz, per voce del fumettista Jamie Hewlett annunciano il loro virtuale ritorno nelle scene ecco che arriva un colpo di scena che, stavolta davvero, è un miracolo in carne e ossa: il, 27 aprile 2015, infatti, i Blur in formazione orginale, anche con Graham Coxon in line-up, tornano a pubblicare un album di inediti, a sedici anni dal precedente in questa formazione, 13, e a dodici dall’ultimo lavoro di studio della band, Think Tank. The magic whip, questo il titolo del prossimo blockbuster, siamo pronti a scommetterci. Nel mentre, infatti, la band si era ritrovata dal vivo, per eventi live di grande prestigio, come i concerti del 2 e 3 luglio 2009 a Hyde Park.

La notizia arriva via Facebook, di poco anticipata, parliamo di minuti, dall’annuncio della partecipazione come headliner al British Summer Time Festival, sempre a Hyde Park, il 20 giugno. Roba da far ripiombare parecchi di noi negli anni Novanta, alla faccia di quanto Carlo Conti ha provato a fare nel recente Festival di Sanremo. O forse, solo ascoltando l’album potremo dirlo, come dimostrano anche le reunion di Soundgarden e il ritorno un po’ mesto degli Smashing Pumpkins, è davvero arrivato il momento di recuperare questo decennio così vicino a noi, almeno nel nostro immaginario, e così carico di suoni e di parole. A giugno, ca va sans dire, saremo a Londra, magliette cangianti e occhialoni in plastica colorati indosso, e il 27 aprile vi racconteremo The magic whip, sicuri che tanta attesa verrà ben ripagata.