La Tamoil inquinava, tacendone gli effetti, per risparmiare. L’Arpa, l’Agenzia regione per l’ambiente, con il compito importante di sorvegliante e controllore, è risultata “impreparata”. Dal canto suo, il Comune di Cremona restava “passivo” davanti allo scempio ambientale perpetrato negli anni dall’azienda di raffinazione.

Le motivazione della sentenza di primo grado del processo Tamoil – il dispositivo è del luglio 2014 – sono racchiuse in un documento di 409 pagine, redatto dal giudice Guido Salvini. “Ritardi”, “vuoti”, “inadempienze”, “scarsa manutenzione”, “passività” degli enti preposti. E’ quanto si legge nel testo: un atto d’accusa contro enti e istituzioni, sotto i cui occhi “l’inquinamento non solo non veniva eliminato, ma in taluni casi aumentava”. Per il giudice, i dirigenti della raffineria (le pene più pesanti, per disastro ambientale doloso, dopo il rito abbreviato, sono andate a Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi) non erano “per nulla all’oscuro del fatto che il terreno fosse intriso di idrocarburi”. Per Salvini c’è anche un ‘movente’: “elevate somme da risparmiare” e un interesse “di immagine” di cui godeva l’azienda petrolifera.

Fondamentale, nelle motivazioni, il passaggio sull’attività degli enti di controllo: “Interlocutori impreparati”, la cui “debolezza” e “sostanziale passività” gli imputati “hanno sfruttato a loro vantaggio e a vantaggio della società”. Soprattutto, come detto, l’Arpa, “l’unico tra gli Enti che invece sarebbe stato specificamente preposto ad un approfondito ed anche autonomo controllo sulle formulazioni tecniche e concettuali e sulle iniziative proposte dalla società”. Salvini fa poi riferimento alla rete fognaria, vicenda “più che sintomatica di un atteggiamento che tocca il fraudolento, soprattutto nel rapporto con le amministrazioni”. Scrive Salvini: “Non viene fatto nulla sino all’inizio del 2005, intanto le condutture continuano a perdere acqua mista ad idrocarburi, i lavori di manutenzione iniziano quasi quattro anni dopo l’autodenuncia, sono interrotti varie volte e vengono ripresi decisamente solo dopo l’inizio dell’indagine penale. E gli Enti sono tenuti completamente all’oscuro degli interventi in corso”.

Grande attenzione da parte del giudice alle parti civili, in particolare ai soci delle canottieri rivierasche: “Gli improvvisi accertamenti sulle condizioni delle acque e la loro probabile contaminazione in grado elevato hanno certamente ‘stravolto’ per alcune settimane la vita sociale dei circoli”, si legge, e provocato “un’onda lunga che ha portato alla contrazione, anche solo per eccessiva prudenza, del numero delle iscrizioni, quantomeno sino al 2009”.

E ancora, secondo il magistrato “assume rilievo, sotto il profilo del danno non patrimoniale (risarcito grazie all’azione popolare del cittadino Gino Ruggeri che si è costituito parte civile al posto dell’amministrazione comunale, ndr), la lesione al diritto soggettivo all’immagine e all’identità storica e culturale della città, salita un gran numero di volte alle cronache non più come una città ‘ben conservata’, ma come una città, sulle sponde del fiume non lontane dal centro, seriamente ‘inquinata’”.

Infine arriviamo ai nostri giorni, con una bonifica sempre più a rischio. Riguardo alle aree interne il sito, che sulla base di accordi del 2011 la Tamoil si era impegnata a bonificare, qualche giorno fa l’assessore comunale alla Salute Alessia Manfredini ha rivelato che l’azienda non sarebbe più soggetta a farlo dopo la trasformazione dell’insediamento industriale in deposito. Preoccupazioni che aumentano, e bonifica ancora più a rischio, dopo il ricorso al Tar della Lombardia da parte di Tamoil contro il Comune di Cremona che aveva chiesto, proprio per tutelarsi rispetto al ripristino ambientale, una fideiussione di 7 milioni.

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