Chi detiene un privilegio, che in economia è una rendita di posizione o un monopolio, di solito fatica parecchio a trovare argomenti per giustificarlo. A Milano, quelli che non tollerano l’impatto di Uber sul trasporto urbano non hanno trovato di meglio che appendere uno striscione davanti a casa della responsabile italiana dell’azienda, Benedetta Arese Lucini. Contenuti del garbato messaggio: la manager è una “puttana” che “riceve a” – segue indirizzo di casa – e per Maran, cioè l’assessore comunale ai Trasporti, Pierfrancesco Maran, “è gratis”.

Il mittente è ignoto, sarebbe legittimo pensare che sia stato qualche tassista – gli unici nemici ufficiali di Uber –, ma facciamo lo sforzo di non attribuire colpe senza prove. La vicenda è comunque istruttiva. La colpa di Benedetta Arese Lucini sembra essere, su tutto, di essere donna. Per di più giovane, 30 anni, che nel modo di lavorare è un’americana alla conquista dell’Italia. Uber sta cambiando il settore del trasporto urbano più di qualunque liberalizzazione (tentata e fallita) negli ultimi anni: non offre servizi tangibili, si limita a far incontrare domanda e offerta. I clienti scaricano una app sul cellulare, quando devono spostarsi chiamano un’auto, sanno in anticipo il prezzo della corsa e pagano con carta di credito, tutto tracciato. Uber trattiene una commissione. Dall’altra parte c’è il conducente di un’auto a noleggio che, tra una corsa prenotata e l’altra, può aprire la app per vedere se qualcuno in zona ha bisogno di una corsa. In alcune città c’è anche Uber Pop: normali automobilisti si registrano come driver e possono, quando vogliono, offrire trasporti a pagamento sempre tramite app. Da un paio d’anni, non solo in Italia, si discute se Uber sia legale, se sia cioè compatibile con leggi pensate in un’altra epoca, in cui non c’erano i cellulari, figurarsi le app.

L’azienda di San Francisco è agguerrita, ha capito le regole e combatte (con successo) una battaglia che si vince prima con la comunicazione, diventando cool, e poi facendo lobbying in Parlamento. I tassisti fanno di tutto per dare argomenti ai loro detrattori e ai fan di Uber. A Roma raggiungere l’aeroporto di Fiumicino costa più di molti voli Ryanair per altri Paesi europei, i tassisti tendono a usare con parsimonia il navigatore satellitare ma si profondono in scuse quando sbagliano strada e arrivano alla chiamata con il tassametro che viaggia verso i 15 euro. E non si ha la percezione che la loro professionalità garantisca una sicurezza maggiore di quella offerta da altri conducenti. A Milano le battaglie importanti dei taxi sono queste: resistenza al numero unico per le chiamate (guai a offrire un servizio migliore!) e no al prezzo unico per arrivare a Rho, dove c’è Expo 2015.

Perché privarsi dell’occasione offerta da tanti turisti stranieri che non conoscono le distanze e spesso possono scaricare i prezzi delle corse in nota spese? Quando i conservatori arrivano a insultare non un’azienda ma una donna, colpevole in quanto donna e non in quanto manager, significa che hanno perso ogni altro argomento o presa sulla società. L’onda di solidarietà via Twitter a Benedetta Arese Lucini dimostra che lo stalking a cui è sottoposta da un anno sta ottenendo risultati opposti a quelli sperati.

il Fatto Quotidiano, 13 Febbraio 2015