Tutti abbiamo avuto in classe uno come Carlo Conti. No, non intendo uno arso vivo dalle lampade, perché ai tempi delle scuole, si suppone, la lampada ancora non è entrato nel nostro panorama ottico. No, non intendo neanche uno che fa battute che non fanno ridere e che però ride nel farle, perché in quella categoria, ai tempi delle scuole, rientriamo un po’ tutti. Per il Carlo Conti che era in classe con noi intendo quello che viene catalogato come il corrispettivo simpatico dell’italiano medio, quello non particolarmente acculturato, anzi, più decisamente tendente all’ignorante che al colto. Quello che se deve citare una frase, e cavolo se non cita frasi, finisce per tirare fuori gli slogan delle pubblicità o le frasi da Bacio Perugina, anche se gli va riconosciuta una certa capacità interpretativa, per cui nel dire idiozie immonde sembra abbia scoperto il segreto della felicità terrena. Quello, per farla breve, che se deve far colpo su una ragazza cita le canzoni dei Modà o i libri di Fabio Volo (ai nostri tempi Baglioni e Milan Kundera), e nonostante questo, stupore, non finisce a toccarsi da solo nel buio della propria cameretta.

Ecco, questo si intende per Carlo Conti, l’italiano medio nella sua medietà. Uno che, però, siccome non è stupido, una volta ogni tanto, molto raramente, ringraziando Iddio, ci stupisce citando un nome ricercato, magari tira fuori per primo un libro destinato a diventare di culto come quello sul Riccio di qualche anno fa, o un film che non rientra esattamente nella spazzatura, niente di altissimo, ma non certo il solito monnezzone, che so?, fosse oggi la versione cinematografica del Riccio (ho fatto tardi per seguire il Festival, ieri, abbiate pietà di me). Ecco, quel Carlo Conti lì, quello che vuole stupire citando un nome che i più non conoscono, ci riesce e, guarda te, spiazza anche quelli come noi, che si ritengo più colti, diciamolo, anche più intelligenti, tutti lì, poi, a fare ricerche approfondite per capire di chi stia parlando, dopo aver abbozzato un sorriso di assenso che in realtà malcelava spiazzamento e sconcerto.

Perché, diciamolo apertamente, quando nello stilare l’elenco dei partecipanti Carlo Conti ha detto che ci sarebbe stata una star internazionale, e ha poi tirato fuori dal metaforico cilindro il nome di Lara Fabian in molti, se non in tutti, abbiamo detto: e chi cavolo è Lara Fabian, correndo poi su Wikipedia per cercare di colmare un vuoto. Un vuoto, anche qui ammettiamolo francamente, che ci ha lasciato sgomenti, perché noi che siamo soliti lavorare con St.Vincent come sottofondo, ne sapevamo meno di Carlo Conti, uno che ha provato a convincerci che Cirilli è un comico, salvo poi riuscirci contrapponendogli i Boiler e Alessandro Siani.

Lara Fabian, ci siamo detti, dove cavolo l’è andata a scovare, con la stessa faccia sgomenta di quando il nostro amico che ne sa davvero sempre una più di noi ci aveva tirato fuori la chicca delle chicche, che so? Il featuring sotto falso nome di David Sylvian nel lato B di un singolo di Alyson Moyet degli anni Novanta. Solo che a leggere la biografia di Wikipedia non è che il gap culturale tra noi e un momentaneamente in vantaggio Carlo Conti si fosse esattamente colmato. Anzi, la domanda su chi cacchio fosse Lara Fabian è rimasta ancorata in noi come una tenia. Abbiamo letto che è nata in Belgio, e l’idea che il Belgio avesse esportato una popstar ci ha lasciato ancora più sgomenti del fatto che noi non ne fossimo a conoscenza. Poi abbiamo letto che era stata naturalizzata canadese, e su questo si era addirittura aperto un dibattito interno, che ci aveva portato di nuovo a oltrepassare il confine tra sanità mentale e follia. Poi abbiamo letto che ha partecipato nel 1988 all’Eurofestival, così si chiamava allora, in rappresentanza del Lussemburgo, e il sospetto che Carlo Conti ci stesse prendendo per i fondelli ha cominciato a farsi largo in noi (specie quando leggiamo che quell’edizione l’ha vinta Celine Dion in rappresentanza della Svizzera). A scorrere la sua biografia nulla ci appare di riconoscibile, di sedimentato nella nostra memoria.

Poi arriva il Festival, Lara Fabian viene introdotta dalle note del suo brano più celebre, e sul momento ci siamo detti “ah, ecco dove l’abbiamo sentita”, salvo poi tornare in noi e prenderci a schiaffi da soli, perché a essere anche solo vagamente onesti il brano in questione non è proprio farina del sacco di Lara Fabian, trattandosi dell’Adagio di Albinoni. Nel vederla lì sul palco ci sentiamo nuovamente in colpa, con Carlo Conti che giganteggia sul nostro senso del dovere. Poi attacca a cantare Voce, e a parte ripiombare di colpo nel cuore brutto degli anni 80, quando eravamo i protagonisti sfigati del brano Tapparella di Elio e le Storie Tese, capiamo che il buon vecchio presentatore di Firenze ci ha davvero preso in giro, come noi italiani quando spacciamo in giro per il mondo la storiella che Pupo è un grande cantante.