Un anno fa, ho preso il treno e ho raggiunto un conoscente in una città di cui non posso fare il nome. Perché questo conoscente, che oggi è diventato un amico molto paziente con me, a causa dei miei continui rinvii per la stesura di un libro sulla sua storia, vive in una località protetta. E’ un testimone di giustizia.

Una volta era un imprenditore edile che lavorava al nord, nel Veneto. Poi la crisi lo mise in ginocchio. Provò a rialzarsi. Ma i debiti che aveva accumulato gli pesavano come un macigno.

In quel periodo nella sua zona, apparivano degli annunci sui principali quotidiani locali. Qualcuno diceva di averli visti anche su qualche tv privata. C’era una finanziaria, che aveva il nome di un rettile (tra i più velenosi) e che pubblicizzava i suoi prodotti. Offriva prestiti a imprenditori sull’orlo del fallimento, ma anche servizi di recupero crediti e consulenza societaria.

Tutto alla luce del sole.

La finanziaria in questione in realtà era uno schermo dietro il quale un’organizzazione criminale gestiva traffici illeciti: usura e estorsione.

Tanti imprenditori, come anche il mio amico, hanno bussato alla porta di quella finanziaria. Tutti sono caduti nella trappola ed hanno subito per mesi i soprusi, le minacce e i pestaggi degli uomini di un clan proveniente dalla Campania.

Quando il mio amico ha capito che lui non era l’unica vittima del clan e che altri imprenditori della sua zona subivano le violenze dell’organizzazione criminale, si rivolse alla direzione investigativa antimafia e denunciò. Gli credettero, nonostante in molti fossero scettici sulla presenza della mafia al nord, ma gli chiesero anche di fare qualcosa di più rispetto alla denuncia che aveva presentato: gli chiesero di infiltrarsi nel clan.

Il mio amico non si rifiutò. Seppur fosse cosciente della pericolosità dell’incarico. Chiese solo come avrebbe dovuto comportarsi. Con grande professionalità gli uomini della DIA lo istruirono e gli fornirono tutta la strumentazione utile all’operazione: registratore, gps e quant’altro.

Così trascorse otto lunghi mesi con gli uomini del clan. E in breve tempo divenne uno di loro, il confidente del boss, il custode dell’arsenale del clan. Otto lunghi mesi “da infame” fin quando, grazie a lui, gli investigatori non raccolsero abbastanza materiale per nasconderlo con tutta la famiglia, all’alba di un giorno di primavera, e per arrestare tutti i componenti del clan.

Il mio amico non era Dominick Pistone, alias Donnie Brasco, l’ex agente dell’FBI che lavorò sotto copertura per sei anni infiltrandosi nella famiglia mafiosa dei Bonanno di New York. Non aveva alcuna preparazione. Era semplicemente un cittadino deciso a sacrificare la propria vita, rinunciando alla propria identità e al proprio passato, pur di salvare quella di tante persone.

Per me è un eroe.