Visto che ha spianato pure Silvio Berlusconi, già considerato il callido per eccellenza dell’italica Odissea, forse noi critici di Matteo Renzi dovremmo fare autocritica. E riconoscere al “ragazzo meraviglia” di Rignano sull’Arno il titolo di Leonardo della politica nazionale. Per poi estendere l’apprezzamento encomiastico alle sue girls; eleggendo Debora Serracchiani ad Hannah Arendt rediviva, Marianna Madia a Madame Curie della Pubblica Amministrazione e Maria Elena Boschi a Madre Teresa di Calcutta di Montecitorio (pronta a consolare con un sorriso angelicato e un abbraccio pietoso i fragili vecchierelli frastornati che le si accalcano attorno, da Denis Verdini a Maurizio Sacconi).

Infatti, dopo le goleade giocando in casa su Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, è arrivato il cappotto inflitto a Forza Italia; con relativa implosione dell’unica struttura che la faceva sembrare qualcosa di simile a un partito: il suo leader/padrone, ormai ridotto a un sacchetto di pelle con parrucchino. E tutto questo portando alla Presidenza della (Terza?) Repubblica Sergio Mattarella, un incolore reperto della Prima, un democristo di seconda fila che dopo un po’ di chiacchiere buoniste ha subito tirato fuori l’inestirpabile ecumenismo untuoso della sua matrice, invitando alla festa dell’insediamento al Quirinale il noto pregiudicato, che ora si intende riportare all’onore del mondo (personaggio che – comunque – aveva maturato un credito con il neopresidente sottoscrivendone nel 2011 la nomina a giudice costituzionale). Del resto Ciriaco de Mita aveva detto di Mattarella: «Arnaldo Forlani al confronto sembra un movimentista». E presto se ne renderanno conto i propugnatori dell’Altrapolitica.

Resta il fatto che Renzi continua a stravincere e il mattone (o il sacco di mattoni) posato/i con la vicenda quirinalizia è un poderoso passo in avanti verso la consacrazione della sua autocrazia. I critici precettati all’autodafé non avevano osato spingersi a tanto, ritenendo che il patto del Nazareno fosse l’incontro di riconosciute affinità elettive. Avevano trascurato l’ipotesi che si trattasse di una tortuosa strategia in cui l’unico elemento certo è il disegno di accaparrarsi il voto berlusconiano per assommarlo a quello pidino e dar vita al PdR; il Partito di Renzi, alias il Partito della Nazione. L’ennesimo trappolone allestito da un clamoroso spregiudicato dalla patologica propensione a mentire; del tutto inabile ad affrontare i problemi di una società ferita dalla crisi, quanto formidabile intortatore a mezzo chiacchiere.

Un genio, seppure sul maligno? Come sempre la dimensione di un giocatore viene determinata dal confronto, dalla statura degli avversari che aveva di fronte. Rivelatasi a dir poco minima, tra le opposizioni interne capaci solo di flebili pigolii e l’unico vero avversario – il Movimento Cinquestelle – messo fuori gioco dall’inettitudine del suo intellettuale collettivo Grillo&Casaleggio (a meno che non si lavorasse oggettivamente per il successo di quello che veniva definito “l’ebetino”, che li ha inebetiti, secondo l’insana logica del tanto peggio tanto meglio).

Ora l’operazione di conquista dello spazio elettorale che assicurò i ventennali successi di Forza Italia (quelli che parcheggiano il Suv in terza fila e quelli che ogni promessa da gioco delle tre carte se la bevono) sembra andata a buon fine. Resta il dubbio su cosa farà l’elettorato progressista. Ma a metterlo fuori gioco ci pensano i vecchi arnesi di mille naufragi a sinistra – il ridanciano Nichi Vendola che si accorda con Paolo Ferrero per assemblement di irriducibili alle prossime regionali (magari imbarcando i Sergio Cofferati, quelli che hanno capito cosa è il Pd ligure solo quando li hanno trombati, dopo averne ricevuto stuoini per Strasburgo) – dimostrando che la lezione di Podemos e Syriza non trova adepti in Italia: liberare l’altrapolitica anticasta dalla zavorra di sopravvissuti che rendono irricevibile la pretesa di rappresentare il nuovo.

Con questi avversari Renzi può seguitare indisturbato ad accumulare potere.

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