La Commissione europea, che giovedì ha diffuso le previsioni d’inverno sullo stato di salute economico-finanziaria degli Stati membri, nei giorni scorsi ha scritto al governo italiano per chiedere conto dell’enorme debito pubblico del Paese. Segno che Roma, pur preparandosi a incassare un giudizio positivo sulla legge di Stabilità varata a dicembre, è ancora in bilico. E rischia l’apertura di una procedura per squilibri macroeconomici eccessivi proprio a causa di quella zavorra che lo scorso novembre si è assestata a quota 2.160 miliardi di euro e comporta esborsi annui per interessi dell’ordine dei 70-80 miliardi. La lettera, riporta l’agenzia Reuters citando due fonti dell’esecutivo Ue, chiede a Roma di spiegare quali sono i “fattori rilevanti” a cui può appellarsi l’Italia per spiegare l’alto livello di debito.

In questa luce, diventa difficile per Palazzo Chigi e per il ministero dell’Economia guidato da Pier Carlo Padoan festeggiare il calo del rapporto deficit/Pil previsto da Bruxelles, che lo stima per il 2015 al 2,6%, pari a un decimo di punto in meno rispetto alle previsioni di novembre. Il valore è identico a quello che il governo Renzi ha inserito nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e su cui ha costruito le tabelle inserite nella legge di Stabilità. Questo dato e la revisione al rialzo – dal 3,4 al 3,5% – del valore dell’output gap, vale a dire il divario tra crescita reale e crescita potenziale aprono la strada, alla luce delle nuove linee guida sull’interpretazione “flessibile” del Patto di stabilità, a un via libera alla manovra finanziaria varata a dicembre. Il verdetto finale su quelle di Italia, Francia e Belgio, ha anticipato oggi il commissario agli affari economici e finanziari Pierre Moscovici, verrà reso noto il 27 febbraio. Ma – a dispetto della nota di Padoan secondo cui la commissione ha riconosciuto “gli sforzi che abbiamo realizzato e che stiamo continuando a realizzare sul fronte delle riforme strutturali” – è presto, evidentemente, per tirare un sospiro di sollievo.

Punto primo: è vero che le nuove linee prevedono che il Paese debba mettere in campo un “aggiustamento” del deficit di soli 0,25 punti e Roma ritiene di averne avviato uno da 0,3 punti (che in soldi vale circa 4,8 miliardi), ma non è detto che Bruxelles dia per buona quella valutazione. Nei mesi scorsi, infatti, il vicepresidente della Commissione Jyrki Katainen aveva affermato che la manovra italiana si limita a limare il disavanzo dello 0,1 per cento. Tutto da vedere se quel presunto gap rientrerà, anche in seguito a valutazione squisitamente politiche. La valutazione che sarà diffusa a fine febbraio sarà una “diagnosi condivisa”, ha detto Moscovici, ma “non tutto è ancora risolto: dalle autorità italiane ci aspettiamo che specifichino ulteriormente i loro piani e che si attengano al calendario di attuazione”. I giochi, dunque, sono ancora aperti. Come del resto dimostra quel che è emerso dall’ultimo sopralluogo dei funzionari europei a Roma, a fine gennaio: Bruxelles pretende maggiori certezze sull’attuazione delle riforme strutturali ed è anche pronta a bocciare alcuni interventi decisi sull’Iva dal governo per trovare una parte delle coperture.

Punto secondo: il nodo è non solo e non tanto la variazione, ma lo stock. Il problema dell’economia italiana è il mix “alto debito e bassa crescita”, ha ribadito Moscovici. Quanto alla crescita, quest’anno stando alle previsioni Ue il prodotto interno lordo salirà di una percentuale in linea con le attese del governo, +0,6%. Molto meno rispetto a quanto prefigurato da Confindustria (+2,1%) e un po’ meno delle stime di Prometeia, secondo cui l’impatto del basso prezzo del petrolio e dell’euro debole saranno un sostanziale toccasana per le imprese del Paese. Ma il debito è previsto al 133% del Pil e scenderà al 131,9% solo nel 2016.

Quanto al mercato del lavoro, la Commissione ha rivisto al rialzo il tasso di disoccupazione: quest’anno si attesterà al 12,8%, contro il 12,6% previsto a novembre. Nessun miglioramento rispetto al 2014, dunque. Il valore resta ai massimi storici. E Bruxelles vede il rischio di un “effetto isteresi“, vale a dire che l’occupazione si riprenderà in ritardo rispetto alla ripartenza dell’attività economica.

Sullo sfondo, poi, c’è la presa di posizione della Banca centrale europea, che si schiera contro l’ammorbidimento concesso dalla Commissione Ue: nel suo bollettino mensile l’Eurotower scrive che le nuove linee guida che aumentano la flessibilità sui conti pubblici potrebbero “compromettere la finalità del braccio preventivo del Patto, ossia la costituzione di riserve nei periodi di congiuntura favorevole”. Non solo: l’output gap “costituisce una variabile non osservabile soggetta, nel tempo, ad ampie revisioni”. Come dire che prenderla come parametro su cui basare le richieste di aggiustamento non è saggio.