Quante volte ci è capitato di sentir pronunciare le parole “fatica” e “musicale” una subito dopo l’altra? Il risultato, quello della cosiddetta “fatica musicale”, viene poi, decisamente spesso e abbastanza volentieri, appioppato a nuove uscite discografiche che, poveri noi, di musicale hanno poco e di faticoso esclusivamente l’ascolto. E’ così però, con simili epiteti e gigantesche fumate delle quali nel breve o medio termine non resta che il cattivo odore, che radio, giornali, critici e chi più ne ha più metta riescono a smerciare qualsiasi prodotto venga loro propinato dalle grandi case discografiche. E pensare che, per nostra fortuna, molte o quasi tutte queste mastodontiche “fatiche musicali” giungono, in seno a una stessa band/autore/cantante e via dicendo, a distanza di anni e anni le une dalle altre, tanto che, come saggiamente direbbe il caro Lubrano, la domanda sorge spontanea: se di fatiche trattasi, come definire sinfonie, opere e concerti che i compositori del passato sfornavano, in alcuni casi, anche al ritmo di un paio a settimana?

Esseri dotati di incredibili super poteri? Per qualcuno sarà forse degno di nota scoprire che i vari Mozart, Rossini, Beethoven, Bellini, Bach, Vivaldi e via discorrendo tutto erano fuorché extra-terrestri dalle straordinarie capacità, ma anzi esseri umani come tutti gli altri, forse solo leggermente più padroni della materia e un tantino più motivati a lavorare. E già, un pizzichino più motivati: mancava il diritto d’autore a centuplicare i propri guadagni; non esisteva il fenomeno del divismo (quantomeno fino all’avvento di Rossini e comunque sia mai come lo si sarebbe poi conosciuto nel XX secolo); non esisteva, ovviamente, il mercato discografico, principale fonte di guadagno per qualsiasi musicista odierno.

Altro che ville, barche, viaggi e vita extra-lusso, fino almeno all’avvento di Mozart il musicista era considerato al pari di qualsiasi membro della servitù, e al medesimo tavolo dei servitori era infatti costretto a pranzare e cenare. Quello della musica era un servigio come tutti gli altri, un ufficio del quale il signore di turno non poteva mancare di pregiarsi, essendo l’arte del suono motivo di celebrazione della propria grandezza e magnificenza. E’ così che, chi servendo un alto prelato e chi invece un principe o un barone, i compositori del passato avevano l’obbligo di sfornare opere in continuazione, sempre pronti a vestir di musica ogni genere di celebrazione: dai matrimoni fino ai battesimi, dagli incontri istituzionali fino a messe e funerali. Sembrerebbe paradossale, ma è così che oggi l’Europa può vantare un repertorio musicale qualitativamente nonché quantitativamente straordinario, proprio grazie a un sistema socio-economico che poneva il musicista, e più in generale l’artista, in una condizione a dir poco subalterna rispetto a un qualsiasi membro dell’alta società.

Per carità, mai nessuno vorrebbe vedere i nostri odierni beniamini nelle stesse condizioni di chi, secoli addietro, sfornando capolavori percepiva appena qualche fiorino, ma sarebbe forse il caso di addentrarci nel mondo dei numeri e scoprire, dati alla mano, quanto abissale sia la distanza tra i livelli produttivi odierni e quelli dei secoli andati. Cominciando dal re degli evergreen, Wolfgang Amadeus Mozart, ci troviamo immediatamente dinanzi a numeri da capogiro: ben 626 composizioni da catalogo in soli 35 anni di vita, tenendo ben presente che, prese singolarmente, molte fra queste sono intere opere liriche, sinfonie, messe e concerti, ognuna delle quali conta ore di musica! Peccato però il povero Wolfgang sia infine morto schiacciato dai debiti e il suo corpo sia stato gettato, per mancanza di danari, niente meno che in una fossa comune.

Medesima sorte (questa della fossa comune) toccava tempo prima al veneziano Vivaldi che, sebbene qualche lingua ingenerosa (Igor Strawinsky) affermi abbia scritto centinaia di volte lo stesso concerto, può altresì vantare un catalogo, anche qui comprendente opere liriche, concerti e oratori, di circa mille composizioni. E mille sono anche i lavori, tra originali, arrangiamenti e trascrizioni, del pianista virtuoso ottocentesco per eccellenza, l’ungherese Franz Liszt che, instancabile lavoratore, univa all’attività compositiva incessanti tournée in giro per tutta Europa. Se proseguire oltre risulta un esercizio inutile, sarà invece utilissimo tornare ai nostri giorni per tentare una piccola stima degli odierni livelli di produzione. Quante ore di musica hanno registrato in studio i Pink Floyd, uno dei gruppi certamente più ispirati della seconda metà del XX secolo? All’incirca 13 ore e mezzo totali, ossia, e per fare un piccolo paragone, ciò che risulta da sole 4 delle 626 composizioni del caro Amadeus, e specificamente la K. 492 (Le nozze di Figaro), K. 527 (Don Giovanni), K. 588 (Così fan tutte) e, infine, K. 620 (Il flauto magico).

Ma perché non tirare in ballo uno dei più prolifici musicisti del Novecento, ossia Frank Zappa? Quanta musica ha registrato il cantautore e compositore siculo-americano? All’incirca la bellezza di 41 ore di musica totali, un vero e proprio record per i nostri tempi, ma ancora poco in confronto a chi, come Gioacchino Rossini, eguaglia, minuto più minuto meno, una tale mole sonora con appena 14 delle sue circa 40 opere liriche, accanto alle quali non va dimenticata la produzione di musica sacra, le cantate, la musica strumentale e così via. Insomma, pochi esempi ma molto indicativi di come il mercato, il tipo di fruizione, i differenti sistemi economici e sociali abbiano influito negativamente sui livelli produttivi degli autori dei nostri tempi. E non è certo spostandoci in ambito accademico che la produttività può dirsi risalire la china. Il forte calo si registra in tutti gli ambiti musicali possibili, nessuno escluso, con le dovute differenze e con buona pace per gli amanti dei generi moderni (me compreso).