La dottoressa mi inquadra già alla distanza. Visita giornalmente una cinquantina di persone presso la clinica oculistica dell’ospedale di R., ma sa esattamente chi sono io e – ancora più strabiliante – si ricorda la mia patologia. Non ha bisogno di consultare la cartella, dice che ha in testa l’esatta fotografia del mio occhio.

Ha circa quarantacinque anni, è attenta, meticolosa e concentrata ogni attimo che trascorriamo insieme. Intorno a lei, in una danza di pazienti che entrano ed escono dalle stanze del corridoio, ci sono una decina di specializzandi. Sono quelli che chiamano ad alta voce i vari numeri in sala d’attesa, eseguono il controllo della vista, dispensano le gocce per dilatare la pupilla, osservano utilizzare i macchinari per imparare domani quello che i dottori sanno oggi. E fanno tutto questo tra una chat e un messaggio.

Su dieci – tutti intorno ai ventisette anni – otto maneggiano impazienti il loro smartphone, custodito tipo reliquia nella tasca del camice. Svolgono i loro compiti in bilico fra due realtà contemporanee, che viaggiano su due binari paralleli.

Il secondo che le gocce sono state somministrate, controllano lo schermo del telefono. Finito di riportare il risultato del test, tirano fuori il telefono dalla tasca. Appena chiamato il signor Rossi Eugenio, guardano nuovamente il telefono. Concluso un esame strumentale, digitano in pochi secondi una risposta frettolosa.

La mente è impegnata con i pazienti di quel reparto, ma è allo stesso tempo dentro un’altra conversazione, distratta da programmi per la serata, passatempi, svaghi.

Può la mente assorbire ed elaborare concetti al massimo delle sue capacità, nonostante la concentrazione venga disturbata da molteplici stimoli diversi?

In molte scuole medie e superiori agli studenti è vietato portare in aula il proprio cellulare. Alla prima suoneria durante l’ora di lezione, l’insegnante è autorizzata a sequestrarlo. Solo il genitore dell’alunno può andare a ritirarlo in presidenza.

In questo caso si tratta di ragazzini che fanno ancora fatica a controllare i propri impulsi e a digerire le regole del vivere comune, quindi il divieto è una scelta obbligata e sensata. Diverso è il caso di uomini e donne fatti sul loro posto di lavoro.

Come paziente, non mi piace l’idea che chi mi sta visitando non mi dedichi la sua totale presenza, fisica e mentale, dottore o specializzando che sia. E men che meno, se dovessi entrare in sala operatoria, non vorrei che l’equipe medica si scattasse una foto mentre sono ancora anestetizzata sul tavolo operatorio, come è successo recentemente in Cina.

Ma la smartphone addiction non colpisce solo la sfera della sanità.

Ultimamente hanno destato molte critiche e sconcerto, i selfie postati su Instagram da diversi piloti all’interno della cabina di pilotaggio, anche durante le fasi delicate del decollo e dell’atterraggio.

Non so voi, ma sapere che il mio captain, mentre mi trovo a tremila metri d’altezza, sta facendo il coglione scattandosi un selfie con sguardo da ‘Maverick’ de noantri, non mi gusta per niente.

Se il senso di responsabilità, o quanto meno il buon senso, sembra aver lasciato il posto a una cialtroneria vanesia che per par condicio colpisce il dottore come la segretaria, il pilota come l’idraulico, non sarebbe il caso di vietare gli smartphone dagli ambienti di lavoro? Almeno da quelli ad alto rischio?

Si dice sempre che il futuro è nelle mani delle nuove generazioni…allora forse, prima di sgridare i propri figli sull’uso del loro telefonino, guardiamo un po’ cosa teniamo in mano noi.