No tengo pruebas, pero tampoco tengo dudas’, non ho prove, ma neppure ho il minimo dubbio…questo ha scritto Cristina Fernández de Kirchner, presidente della Repubblica Argentina, nella seconda delle due lunghe lettere (clicca qui per la prima e qui per la seconda) che, nei giorni successivi alla morte del procuratore generale Alberto Nisman, s’è premurata di diffondere via Facebook. E forse proprio qui, con queste parole che nulla dicono e che, insieme, dicono tutto – o meglio: che regalano ad un paese attonito una verità non dimostrata – potrebbe chiudersi una storia che, da qualunque lato venga osservata, si presenta come un inestricabile groviglio di contraddizioni, una surreale matassa con due unici bandoli ai quali afferrarsi. Il primo è, ovviamente, la morte violenta d’un magistrato che, il giorno successivo, avrebbe dovuto illustrare di fronte al Parlamento gravissime accuse contro la ‘presidenta’ ed il suo governo. Il secondo sono invece, per l’appunto, le parole con le quali la medesima Cristina Fernández – di norma per nulla timida quando si tratta di usare l’arma dei messaggi a reti unificate – ha commentato il tragico episodio. Niente e prove e niente dubbi. Le une e gli altri trasmessi (o, per meglio dire, non-trasmessi) al paese via Facebook, come una qualunque cittadina…Anche se ben pochi, fuori dal più intimo circolo degli ‘amici di Cristina’, hanno preso tutto questo per una testimonianza di spirito democratico e di personale umiltà…

Di che cosa, dunque, non dubita Cristina? E qual è la verità che non è in grado di dimostrare? Proviamo, per cercare di capirlo, a partire dall’inizio di quella che a tutti gli effetti è una storia in due, anzi, in tre atti. Primo atto: 18 giugno 1994, una bomba esplode nella sede della Asociación Mutual Israelita Argentina uccidendo 85 persone. Si tratta del più grande atto terroristico mai consumato in territorio argentino. Ma per anni le indagini – condotte in modo deplorevole lungo un intero decennio sotto la presidenza di Carlos Menem – non portano a nulla. Fino al 2004, quando il presidente Néstor Kirchner decide di dare nuovo impulso all’inchiesta affidandola proprio ad Alberto Nisman, magistrato di punta al quale garantisce il pieno appoggio dei servizi segreti. Ed in particolare quello di Antonio ‘Jaime’ Stiusso, direttore della sezione di controspionaggio della Secretaría de Inteligencia, uomo di fiducia, non solo di Kirchner, ma, a quanto risulta da alcuni dei cable a suo tempo diffusi da Wikileaks, anche della Cia e del Mossad israeliano.

Nei due successivi anni le indagini prendono una direzione molto precisa. Dietro la strage, sostiene Nisman confermando antichi dubbi, c’è il governo di Teheran. Ed è sulla base di queste convinzioni (nonché di prove definite ‘inoppugnabili’), che nel 2006 il magistrato emette sei mandati di cattura contro una serie di ex ministri ed alti funzionari iraniani. Né questo è tutto, perché due anni dopo sotto accusa, per depistaggio delle indagini, finisce anche l’ex presidente Menem. All’atto pratico, però, nulla accade. Perché, prevedibilmente, l’Iran, proclamata l’innocenza degli ex ministri sotto accusa, nega la loro estradizione. E perché Menem, eletto senatore per lo Stato di La Rioja, gode dell’immunità parlamentare.

Atto secondo: 27 gennaio 2013. I governi di Argentina e di Iran sorprendentemente annunciano la firma d’un “memorandum d’intesa” teso a risolvere – attraverso la creazione d’una ‘commissione verità’ che ancor oggi deve esser formata – la controversia in merito alle responsabilità dell’attentato del ’94. E qui – nelle nebbie di questa molto opaca svolta, sulla cui vera natura e sulle cui finalità si sono fatte in questi dodici mesi le più disparate ipotesi – qualcosa si spezza nell’intesa tra Nisman e la presidenza, passata nel 2007 a Cristina Fernández de Kirchner. E il 13 gennaio scorso scoppia la ‘bomba’. Alberto Nisman annuncia la sua intenzione di mettere sotto accusa la stessa ‘presidenta’, rea d’aver barattato l’impunità degli iraniani imputati in cambio di per nulla nitide concessioni commerciali. E con la presidenta alla sbarra finiscono anche il ministro degli esteri Héctor Marco Timerman, l’ex giudice istruttore Héctor Luís Yrimia, l’iraniano-argentino Jorge Alejandro ‘Yussuf’ Khalil ed un terzetto di personaggi che appartengono al sottobosco più ‘patotero’ (squadrista) del peronismo kirchnerista: Andrés ‘el Cuervo’ Larroque, capo de ‘La Cámpora’, i gruppo dei giovani che del kirchenismo sono, per molti aspetti, i ‘guardiani della fede’, Luís Ángel D’Elia, capo della parte più filo-governativa dei cosiddetti ‘piqueteros’ (‘protestanti’ professionali che, a comando, interrompono il traffico e creano caos), e Fernando Luís Esteche, dirigente di ‘El Quebracho’ forse la più estremista e violenta tra le formazioni peroniste. Tutti evidentemente protagonisti d’una ‘diplomazia parallela’. Enorme è lo scandalo. E tanto i deputati dell’opposizione, quanto quelli della maggioranza – anticipati da una dichiarazione di Timerman che definisce false le accuse di Nisman – chiedono che il magistrato presenti di fronte al Parlamento le sue accuse. L’udienza viene fissata per lunedì scorso. Ed è proprio nella mattina di lunedì 19 gennaio che il cadavere di Alberto Nisman viene rinvenuto nel suo appartamento di Puerto Madero.

E qui comincia il terzo atto. Un atto che è ancora in corso e che (lo spazio è tiranno) racconterò (fin dove è possibile raccontarlo) in un prossimo post. Partendo proprio dal secondo bandolo: le certezze senza prove della ‘presidenta’….