Oggi si avvia la discussione sulle nuove misure per combattere il terrorismo: un documento normativo che si aspettava da tempo, il cui iter è stato accelerato drammaticamente dagli ultimi fatti di Parigi.

D’altra parte, se il terrorismo da sempre conferma di essere capace di utilizzare le vulnerabilità offerte dagli Stati che combatte, esso si è sempre confermato più flessibile nell’utilizzare le opportunità offerte per portare a termine i suoi piani. Queste norme dovrebbero venire a colmare in parte alcuni di questi “buchi” rendendo possibile azioni più incisive ma, anche, dando la possibilità di chiudere una serie di attività già in corso.

In pratica il “pacchetto” dovrebbe prevedere: una pena fino a dieci anni di carcere per chi va a combattere nei teatri di guerra; sanzioni per chi organizza i viaggi finalizzati al compimento di condotte con finalità terroristiche e per chi si addestra – anche da solo – al compimento di atti terroristici; sorveglianza speciale, obbligo di soggiorno, ritiro del passaporto per i sospetti di terrorismo; più attenzione ai cosiddetti precursori degli esplosivi, con l’arresto per chi detiene o commercializza, senza autorizzazione, sostanze che potrebbero venire usate per la fabbricazione di ordigni; attenzione al web – “nuovo” campo di battaglia – fino a poter oscurare i siti che fanno propaganda islamista.

Come ho detto norme attese che cercano di affrontare le nuove minacce soprattutto rappresentate dagli zombie: terroristi addestrati nei campi di battaglia a combattere, per questo molto più competenti dei “lupi solitari”, e che si organizzano sulla base di reti informali e meno centralizzate, per questo più flessibili delle “cellule”. Questa è la nuova minaccia.

Se saranno efficaci lo vedremo ma intanto segnalano un necessario cambiamento di approccio e di mentalità al fenomeno, quantomeno auspicabile. Su un altro versante queste necessarie misure sicuramente promuovono un opportuno dibattito proprio perché la loro efficacia si deve dimostrare sul piano preventivo, per bloccare gli attacchi prima che si realizzano. Ciò significa monitorare, dunque scandagliare il privato, comprendere le intenzioni per punirle nella misura in cui si stanno concretizzando in azioni, dunque intervenire con restrizioni di libertà individuale subito.

E’ evidente che tutto ciò richiede una riflessione consapevole rispetto al significato di libertà! D’altra parte la posizione che mi sento di sostenere è che andare a combattere per lo Stato Islamico non è esercizio di libertà individuale ma è già atto concreto di minaccia nei confronti del proprio Paese. Pertanto giudico positivi gli indirizzi normativi in discussione, con la necessità di un costante monitoraggio della loro applicazione specifica.

Un’ultima nota, forse ancora più vicina all’orientamento dei miei commenti, riguarda l’attenzione al web che è contenuta nel “pacchetto”. Ben venga: il web è da tempo luogo di radicalizzazione e formazione. Ma è anche il luogo per sua natura, e fortuna, meno normato e più aperto. Qui contemperare possibilità di espressione e reale capacità di offesa è ancora più difficile. Ma necessario.

Sul piano operativo, in ogni caso sollevo il dubbio sulla opportunità di ricorrere a “mettere down”, oscurare, i siti come unica strategia. Intanto è pressoché impossibile andare a colpire un Ip (un indirizzo web) che il più delle volte non risiede nel Paese che ha emanato la norma (nel caso l’Italia). Anche se certamente può essere reso irraggiungibile. Ma è nel merito che discuto l’utilità: spesso “mettere giù” un sito significa solo causarne lo spostamento da un indirizzo, da una piattaforma, da una identità ad altra: non si cancella l’informazione ma la si sposta in altro luogo virtuale. Questo, per chi si trova a monitorare questi siti per raccogliere informazioni e fare delle analisi è solo una perdita di tempo ulteriore per ritrovare “quell’altrove virtuale”.

Pertanto, nel complesso, un indirizzo normativo grave ma condivisibile che deve essere utilizzato con grande attenzione, competenza e discernimento.