Parecchi anni fa, durante un processo penale per la morte di alcuni lavoratori per mesotelioma da esposizione a polveri d’amianto, uno dei tanti consulenti tecnici di parte dei datori di lavoro imputati di omicidio colposo plurimo, un prestigioso tossicologo, affermò in udienza, restando serio, che il mesotelioma era dovuto solo alla prima esposizione all’amianto (l’ormai nota “trigger dose”), ma, soprattutto, alla “instabilità genetica” di alcune cellule delle vittime.

Tutte le “esposizione successive”,  ritenevano quindi che la quantità di fibre inalata negli anni di lavoro dagli operai, sarebbero state, secondo il luminare, pressoché irrilevanti. Questa perspicua tesi in materia di cancerogenesi, laddove fosse stata recepita dal giudice, avrebbe sortito l’immediato effetto di liberare gli imputati, committenti dello scienziato, da ogni addebito.

Durante il mio controesame, in qualità di difensore di parte civile, chiesi quindi al luminare, provando a restare altrettanto serio, se mi potesse spiegare la ragione scientifica per la quale le persone (decine di migliaia, tra lavoratori e residenti) dai geni chiaramente più instabili fossero irresistibilmente portate a nascere o a migrare in particolari posti dove si registrano autentiche epidemie di mesoteliomi e dove, per una bizzarra coincidenza, l’amianto nell’aria si taglia a fette, come Monfalcone o Casale Monferrato. Il ctp per rispondermi parlò per quasi un quarto d’ora.

Confesso, però, che non capii bene le sue argomentazioni. Ma quello fu certo dovuto alle mie gravissime lacune tossicologiche. Siccome il progresso scientifico avanza in modo irresistibile, oggi la ricerca si è dotata di strumenti euristici ancor più raffinati per fornire a una delle più inquietanti domande della modernità  – perché ci si ammala di cancro? – risposte sempre più autorevoli e persuasive. Anche più di quella dell’instabilità genetica, nella salsa in cui era stata condita e servita dallo scienziato – consulente di parte.

In particolare, la risposta fondamentale ce la fornisce un recente studio statunitense: è tutta questione di …. fortuna.

Gli autori della ricerca, Cristian Tomasetti e Bert Vogelstein, infatti, mostrano che c’è una forte correlazione tra la frequenza dei tumori (dai più rari come quelli delle isole pancreatiche ai più frequenti come quelli del polmone nei fumatori) e il tasso di proliferazione delle cellule staminali dei tessuti in cui insorgono.

Più precisamente, gli autori dicono che il 65% dei tumori è dovuto alla proliferazione delle cellule staminali e dunque al caso. Era proprio la scoperta scientifica che ci voleva, in questo Paese in particolare. Da un lato, infatti, così si spera possano esser riabilitati, integralmente e senza più ombra di dubbio, quei nobili capitani d’industria, nostrani ed esteri, calunniosamente accusati d’aver provocato migliaia di morti di cancro (per esempio, nei siti su citati) con le emissioni di ogni sorta di porcherie (dall’amianto al cvm, dalle diossine ai pcb) che provenivano (e, per molti versi, ancor provengono) dai loro laboriosi opifici.

Dall’altro, ci si augura che, in questo modo, si possa smetterla di crocifiggere indegnamente governanti, parlamentari e funzionari pubblici in genere solo perché inadempienti rispetto alle più elementari politiche di prevenzione e tutela della salute pubblica; tipo le bonifiche di territori impestati di veleni, da Taranto alla Terra dei fuochi da Bussi a Brindisi.

Quello che, come emerge in modo in equivoco dalla ricerca in questione, è la necessità del classico cambio di paradigma: invece che tecnici della prevenzione ed epidemiologi, nelle Asl dovrà procedersi a un’assunzione di massa di maghi, esorcisti e cultori dell’occulto in genere. A tutto concedere, garantendo, come massimo investimento di Stato a favore della medicina sociale e preventiva, la classica colletta nazional – natalizia a beneficio di Telethon.

L’idea che uno studio scientifico suggerisca che alla tutela della salute debbano applicarsi gli stessi canoni epistemologici propri del Gratta e vinci è certamente gustosa; ma, soprattutto, è un mirabile segno di tempi non proprio illuminati, magnifici e progressivi.

Chi scrive, però, continua a pensare che una società appena civile possa esser solo quella nella quale uno dei principi ispiratori sia quello immortalato da Aldo Busi: “la fortuna è un attimo, la vita (e la scienza n.d.r.) è tutto il resto”.