Dove tutto ha senso, c’è sentimento, cantava Pino Daniele. Che sentimento, che emozione assistere ai funerali di Pino Daniele a piazza Plebiscito, vedere l’abbraccio di Napoli, della terra mia, al suo uomo in blues. Pino ha riempito con il suo spirito la stessa piazza che riempiva da vivo: la magia del blues e del sentimento, che non muore mai come l’anima da mascalzone latino di Pino, e il calore di Napoli, hanno potuto ricreare l’atmosfera di un concerto tarumbó, quel mix di tarantella, rumba e blues, che ha reso Daniele celebre nel mondo.

Pino, nero a metà, era blues. Capace di istillare appocundria e alleria in ogni sua canzone. Un sentimento che è sempre forte e ambivalente: da togliere il fiato e da farti vibrare, da farti gioire e da farti piangere, com’è nel blues, il canto melanconico degli schiavi americani, e com’è nella tradizione partenopea, che condivide con la cultura nera questa perenne ambivalenza delle sensazioni: yin e yang e coincidentia oppositorum. Perché, chi tene ‘o mare porta na croce, come scrive Pino: la croce di vivere tutti i sentimenti in modo totalizzante ed amplificato, in una sorta di fenomenologia dell’amore, per cui “non mi pesa sta croce che trascina pe’tte”, come è nei versi di Passione, straordinaria canzone di Libero Bovio, che utilizza la stessa metafora di Pino, a riprova di quanto Daniele fosse l’erede della grande tradizione della musica classica napoletana.

Pino, con la sua musica, ha dato voce ad un popolo, ed è per questo che la sua scomparsa diventa una storia collettiva. Un grande abbraccio a Pino, a chi ha cantato una Napoli di orgoglio e di riscatto. Troppe volte la napoletanità, da chi non è di Napoli, viene declinata come un luogo comune: non sentimento, ma sentimentalismo, l’immagine oleografica di una città da cartolina nei riguardi dei quali, invece, proprio Pino Daniele, insieme a quello straordinario compagno di viaggio che era Massimo Troisi, si poneva in modo dialettico e critico. Nel film Il caffè mi rende nervoso, di Troisi, Funiculì funiculà rappresenta la maschera dell’oleografia e ripeteva sempre Napoli nun adda cagnà; mentre per Pino e Massimo l’essenza di Napoli era ed è il cambiamento.

Perché nun è ‘o vero nun è sempe ‘o stesso tutt’e journe po’ cagnà, come canta Pino in Terra mia; ogni giorno si può, anzi si deve, cambiare. La Napoli dell’oleografia, infatti, la conosce tutto il mondo “ma non sanno ‘a verità”, canta ancora Pino in Napul’è. E’ dunque questa napoletanità riflessiva e critica ma che invitava all’azione che rappresentava, secondo me, l’elemento più forte della poesia di Pino; e che porta ancora oggi tutta la città ad identificarsi con la sua poetica, travalicando i confini fra cultura alta e popolare e rappresentando, dunque, la vera essenza della città.

Perché ‘o blues è la voglia di cantare a squarciagola ‘a libertà – altra straordinaria canzone -, contro quel padrone che ci dà duje sordi e dice sempe ‘e faticà, e che ci ottunde con ‘na tazzulella ‘e cafè mentre “loro”, i potenti, s’allisciano, si vattono e s’ magnano a città. Magnarsi la città, espressione straordinaria, pregnante proprio con quel “Mani sulla città” con il quale Rosi denunciava gli stessi padroni nei riguardi dei quali Pino utilizzava l’arma del blues. Per cantare una libertà da folli o l’elogio della pazzia, come in Je so pazzo; perché, a volte, per cambiare veramente le cose bisogna essere anticonformisti o rivoluzionari al punto di sembrare pazzi.

Amo Pino per tanti motivi: la colonna sonora del liceo, della mia giovinezza. Ma è proprio questo suo cantare il sentimento della libertà che mi prende nel modo più profondo e intimo. Perché la sua è una poesia che non indulge nell’intimismo ma che ci invita a farci liberi. Noi esistiamo solamente se ci liberiamo di tutte le paure di un popolo che cammina sotto ‘o muro. Chi song’io che cammine ‘mmiezo ‘a via, parlanno ‘e libertà? Per questo, Napoli non è una cartolina ma è veramente se stessa solo se c’è la voglia di riscatto e di libertà.

 

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