“I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”. La sovrascritta in stampatello bianco che accompagna le prime riprese dall’elicottero de Le mani sulla città (1963), film emblematico sulla speculazione edilizia a Napoli, potrebbe essere il compendio concettuale dell’intera carriera di Francesco Rosi, morto a Roma la scorsa notte a 92 anni.

Un cinema d’impegno civile e morale proprio perché questo mezzo artistico riusciva negli anni della ricostruzione del dopoguerra e poi del boom economico in Italia, a svelare ciò che il potere nascondeva sotto al tappeto, o archiviava nei sotterranei più bui occultando con infiniti omissis. Solo che Rosi nei suoi 17 film in 40 anni di lavoro, film che affrontavano personaggi e nodi insoluti della storia italiana (l’intreccio tra mafia e stato con il bandito Salvatore Giuliano o il boss Lucky Luciano; la retorica della guerra in Uomini Contro; la sudditanza economica e industriale con gli Usa parlando di Enrico Mattei, ecc…), non aveva dimenticato la grande lezione del cinematografo: affascinare, stupire, sorprendere, incantare lo spettatore.

“Ero talmente cine-dipendente che trascorrevo i pomeriggi nelle sale. Una volta vidi per ben quattro volte consecutive La tragedia del Bounty (1935 ndr), senza avere la forza di muovermi dalla sedia, in costante attesa che le immagini tornassero sulla schermo. Per me era sempre come se le vedessi per la prima volta. Tentavo di imprimere nella mente ogni dettaglio, ogni frase pronunciata dagli attori, ogni particolare dell’ambientazione e dei paesaggi”, spiegò Rosi nell’incredibile libro/intervista Io lo chiamo cinematografo scritto con Giuseppe Tornatore.

Lui che, complice il diniego della madre, a tre anni sfiora il set di Hollywood – lo avevano chiamato perché aveva vinto il concorso come miglior sosia di Jackie Coogan, il bimbetto de Il Monello di Chaplin – con la maggiore età s’iscrive al Partito Comunista Italiano e intraprende la carriera artistica prima in radio, poi in teatro e infine nel cinema, frequentando amici come Giorgio Napolitano e Raffaele La Capria, facendo nascere senza volere un filone che dopo di lui verrà definito del “film d’inchiesta”. Ed è proprio nel 1958, dopo aver fatto da aiuto regista e anche sceneggiatore a Luchino Visconti per Bellissima, che esordisce con La sfida a cui segue I Magliari – ambientato principalmente in Germania – con Alberto Sordi.

Ma è nel 1962 con Salvatore Giuliano che gli italiani, e gli stranieri soprattutto in Europa dove fu visto e amato, possono osservare uno squarcio etico visivo sull’omertosa storia ufficiale italiana. Il corpo senza vita del bandito siciliano, una vita intrecciata con la mafia e la politica, con l’ordine civile e il disordine criminale sull’isola, è il dettaglio da cui parte la lunga indagine politico-giornalistica di Rosi che si svilupperà per un quindicennio per poi sfiorare a carriera matura grandi romanzi come Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, Cronaca di una morte annunciata di Gabriel Garcia Marquez, e nel 1997 La Tregua, tratto da Primo Levi.

Già con Salvatore Giuliano però il regista napoletano non si accontenta di una narrazione lineare e temporalmente logica: spezzetta, ricostruisce, rimescola continuamente le carte davanti all’occhio dello spettatore e lentamente, senza mai scordare la magniloquenza dell’immagine e la forza del racconto su grande schermo, svela particolari di cronaca, documenti, testimonianze che gli ambienti sociali inquadrati, appunto, avevano oggettivamente prodotto e che non erano giunti al grande pubblico popolare. La grandezza di Rosi sta prima di tutto qui: finzione cinematografica nella ricostruzione, ma solide e ragionate radici nell’inchiesta giornalistica indipendente per svelare la verità storica.

Il cinema è insostituibile. È la visone della nostra vita e della nostra realtà – spiegò pochi mesi fa a Roma – La memoria esce fuori dai film come una cosa indispensabile per continuare  vivere in maniera civile. Perché la nostra vita se non c’è memoria e speranza nel futuro purtroppo vacilla”. Così la sua macchina di presa non si è fermata davanti a nulla: la speculazione edilizia di Napoli con Le Mani sulla città (1963) – con un immenso Rod Steiger/consigliere Mottola istigato a confessare da un vero politico del Pci nei panni dell’avversario consigliere di sinistra; la vulgata retorica della prima guerra mondiale (“C’era bisogno di dire la verità e quindi lo sforzo di raccontarla di una guerra costata milioni di morti, di convincere la gente che non era come gli avevano fatto credere per anni”) con un film  osteggiato dalle autorità militari italiane dell’epoca, quell’Uomini Contro (1970) girato in Jugsolavia, momento in cui inizia una felice e naturale collaborazione con Gian Maria Volonté che ha il suo apice ne Il Caso Mattei (1972). Pellicola incentrata sulla figura dell’ex partigiano cattolico, amico di Ferruccio Parri che nel 1946 blocca la svendita dell’Agip e sfida le sette sorelle del petrolio, cercando un’indipendenza nell’estrazione e negli accordi coi paesi arabi per il petrolio, finendo ammazzato. Anche qui Rosi parte dalla morte accidentale (?) di Mattei sui cieli dei campi di Bascapé, per poi tessere una fitta trama di informazioni, tra interviste, reportage tv, veri giornalisti – incontrò anche Mauro De Mauro – che si mescolano ad attori, per giungere all’ennesima verità scomoda e non raccontata.

Una strategia comunicativa ed estetica che oggi il cinema non sembra più rappresentare e incarnare: “Il mestiere del regista richiede grande energia fisica e non so se l’avrei più – spiegava ancora a Tornatore nel libro – So invece che in quest’Italia è difficile fare cinema e che la realtà si degrada così in fretta che il suo passo è troppo più frettoloso di quello del cinema. Rischierei di raccontare un paese che già non c’è più”. Rosi ha vinto un Leone d’oro a Venezia per Le mani sulla città, poi nel 2008 è stato insegnato di un Orso d’oro alla carriera alla Berlinale (dove vinse anche con I magliari) e nel 2012 ha calpestato il red carpet della Mostra del Cinema di Venezia per un Leone d’Oro alla Carriera che continuerà a ruggire forte e deciso per l’eternità.