Cuba e Stati Uniti ristabiliscono le relazioni diplomatiche e Obama si proietta verso i libri di storia, spostando in positivo la lancetta del bilancio della sua presidenza. Si chiude così una crisi endemica durata 53 anni. Con un annuncio storico, ma niente di concreto sul tavolo. Perché il cambiamento non è ancora completo. E si inserisce in un quadro politico tutt’altro che stabile per l’amministrazione Obama: la vera battaglia si deciderà infatti al Congresso, dove a novembre le Midterm hanno premiato i repubblicani.

Ma soprattutto solleva diversi interrogativi. Il primo è perché Obama abbia deciso proprio ora di dire “sì”. La svolta presenta sicuramente un elemento generazionale, eppure le occasioni per tornare ad unire le due Americhe in passato non erano mancate. L’ultima nel 2013, quando a condannare l’embargo economico di Cuba erano stati 188 Paesi dell’Assemblea Generale dell’Onu. Contrari Stati Uniti e Israele.

E’ vero, i primi sentori di un avvicinamento in realtà si erano avvertiti già lo scorso anno, al Nb Stadium di Johannesburg, in Sudafrica, durante la cerimonia in ricordo dell’ex presidente e leader della lotta all’apartheid Nelson Mandela. Una stretta di mano, un gesto di cortesia, forse perché era solo l’occasione a richiederlo, o forse perché entrambi avevano anche sentito il dovere di commemorare un vero gigante della storia.

Obama e Raul Castro

Ciononostante, quella stretta allora apparve niente di più che una formalità. Troppo breve e concisa per parlare di disgelo. Un’immagine virtuale, come quella del faccia a faccia di fine marzo tra Obama e Papa Francesco in Vaticano narrato dal New York Times.

Storie di un’intesa maturata dopo 18 mesi di trattative ultrasegrete, valse uno scambio di ostaggi e lo scongelamento dei rapporti, ma non la chiusura di Guantanamo, come annunciato da Bernadette Meehan, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. E’ il secondo, grande, interrogativo, sul quale Fidel non ha mai nascosto il suo rancore nelle sue lunghe reflexiones.

E’ incomprensibile come il regime possa aver accettato uno “scambio” del genere. Mantenere una base militare a Cuba contro la volontà del suo popolo continuerà infatti ad essere percepita dai castristi come una violazione dei più elementari principi del diritto internazionale.

C’è da chiedersi dunque chi, realmente, ne gioverà di questo trattato di pace firmato in bianco. La corsa al business è sproporzionata e finirà per pesare inevitabilmente sull’identità di un regime che dall’embargo aveva comunque tratto la sua ragione di esistenza. Cuba era la Cuba che tutti oggi conosciamo, e che molti hanno ingiustamente idolatrato dietro la realizzazione di un’idea perversamente di sinistra, proprio perché recintata dentro l’umiliazione del bloqueo.

A conti fatti L’Avana potrà invadere gli States con i suoi sigari, ma il contraccolpo sul fronte delle comunicazioni e della diffusione di Internet sarà devastante. L’eventuale ingresso di colossi della rete aprirà ai cubani il mondo che per decenni gli è stato nascosto. I Castro sanno che non potranno giustificare in eterno le differenze, ovvero i tappeti rossi negli edifici governativi e le case in macerie del popolo, il divieto di espatrio (solo parzialmente abolito, perché quasi nessuno, a Cuba, oggi è in grado di sostenere il solo costo delle tasse per la richiesta del passaporto) e i viaggi di piacere della figlia Mariela, come quello compiuto a 15 anni in Europa per il suo compleanno.

Ecco, appunto, Mariela Castro. Proprio lei è il terzo interrogativo. In questi giorni ha detto che lo zio dev’essere felice del risultato ottenuto, anche se la sensazione è un’altra. Sul suo ruolo nelle trattative nessuno parla, ma la nipote de la revolución già da qualche anno aveva compreso che un altro socialismo, più dialettico e inclusivo, è possibile. Ad esempio sbandierando lotte, come quella per i diritti omosessuali, che in breve tempo hanno aperto un informale tavolo di confronto con Obama per ulteriori concessioni americane.

Del resto, a Mariela è sempre piaciuto sentirsi un po’ la pecora nera della famiglia: ad agosto votò pubblicamente contro una legge del padre sulla discriminazione dei lavoratori ricevendo il plauso della comunità internazionale. Un’indole eroica, anche se sulla sua coscienza pesa non aver mai ammesso, né una sola volta, di vivere in una regimetotalitario, dove la libertà di espressione può valere pure il costo della vita.

Comodo, per una che ha sempre detto di volere una Cuba diversa. Chissà, forse questa volta ci è riuscita veramente, ignorando che il passo compiuto dagli Stati Uniti però giunge nel bel mezzo di due shock economici di vaste dimensioni, che hanno investito simultaneamente la Russia e il Venezuela, e che ora rischiano di trascinare a fondo ancheTeheran.

Dietro la buona realizzazione di un mandato presidenziale a Washington c’è sempre il “fantasma comunista. Serviva un nuovo Paese amico. E qualcuno che svendesse Cuba. Credendo – magari onestamente – che la peggior democrazia è preferibile alla migliore delle dittature.