Come ebbi occasione di affermare, già in occasione del Congresso dell’Associazione internazionale dei giuristi democratici tenutosi ad Hanoi nel giugno 2009, alla base della crisi attuale vi sono due fattori fondamentali.

Il primo è legato a una distribuzione iniqua del reddito fra capitale e lavoro, sempre più sfavorevole al secondo. Con famiglie che sempre meno riescono ad arrivare a fine mese è inutile sperare in una ripresa dei consumi che traini quella dell’economia. A ciò si aggiungano le scellerate politiche deflazionistiche imposte dall’Unione europea all’insegna del pareggio del bilancio che rendono impossibile quell’azione di sostegno governativo che invece ha determinato qualche effetto possibile negli Stati Uniti. Il secondo fattore è legato alla prevalenza della finanza. Che interesse hanno i capitalisti a investire nell’economia reale creando posti di lavoro e ricchezza materiale se la finanza offre loro redditi ben più elevati e più sicuri. I due fattori appena enunciati sono ovviamente legati tra di loro, nel senso che il prevalere della finanza comporta una distribuzione dei redditi e dei patrimoni sempre più sperequata. Iniquità ed inefficienza economica vanno di pari passo.

Si tratta di meccanismi che colpiscono in modo negativo tutto il mondo occidentale. In Europa essi sono, come accennato, aggravati dalle politiche deflazionistiche imposte da Frau Merkel ad esclusivo vantaggio dei redditieri tedeschi. In Italia, poi, tocchiamo il fondo all’insegna della totale subalternità del governo dell’annunciatore seriale Renzi ai diktat della finanza e di un mondo imprenditoriale che, con qualche eccezione, si dimostra totalmente incapace di innovazione e di capacità e, data anche l’impossibilità di ricorrere al tradizionale strumento della svalutazione monetaria, si rifugia nell’attacco al lavoro, sempre meno pagato e sempre più precario. Questa è la radice del Jobs Act. L’illusione imperdonabile è che, schiacciando completamente il lavoro si arriverà prima o poi a qualche forma di ripresa economica. In realtà sta avvenendo esattamente l’opposto.

Come scrive Giorgio Airaudo su il Manifesto di oggi, a seguito della prima parte del Jobs Act, e cioè del decreto Poletti che ha tolto ogni limite al dilagare dei contratti a termine, 8 ingressi al lavoro ogni 10 restano temporanei, i nuovi contratti, se paragonati al trimestre precedente, si contraggono di 190mila unità, un calo che riguarda tutte le tipologie di assunzione, mentre prosegue il trend negativo dei licenziamenti: 217.000 in tre mesi e in presenza dell’articolo 18 light versione Monti/Fornero”.

Ne consegue che, con l’ulteriore menomazione dell’art. 18 voluta da Renzi e Poletti i licenziamenti aumenterebbero ancora. Anche per effetto dell’assoluta mancanza di uno straccio di politica industriale, difetto antico del nostro sistema politico e normativo che l’attuale governo, con il suo servilismo senza fondo nei confronti di Confindustria, sta portando alle sue estreme conseguenze.

Basti pensare che, secondo uno studio della Uil citato da Airaudo, per effetto dei benefici fiscali escogitati da questo governo, ogni impresa ricaverebbe, per ogni licenziamento effettuato al termine del primo anno di lavoro, un saldo positivo di 4.390 euro, che diventerebbe pari a 13.190 euro per il licenziamento effettuato al termine del terzo anno di impiego. Per le imprese diventa quindi conveniente licenziare: questo è l’effetto paradossale di misure attuate con la logica esclusiva del regalo senza contropartite ai datori di lavoro.  A ciò si aggiunga l’effetto devastante della corruzione (quante “terre di mezzo” e quante “mafia capitale” esistono in Italia?) e dell’evasione fiscale, fenomeni nei confronti dei quali il governo, tranne che per qualche strombazzato annuncio relativo ad ipotetici quanto inutili allungamenti di pena e prescrizione, si guarda bene dall’intervenire.

In conclusione si prepara, per la grande maggioranza del popolo italiano, un futuro di vera e propria miseria. A fronte della degenerazione totale del Partito Democratico e della perdurante assenza di una forte opposizione di sinistra, l’unica speranza risiede in una ripresa della lotta di classe. Ripresa della quale lo sciopero di oggi, ben riuscito in tutto il Paese, non è che l’inizio.