Sarà sgradevole ma è così: tutti (tutti) possiamo diventare obbedienti torturatori. Gli incredibili Stati Uniti d’America, che a seconda del momento sono vittima o carnefice, non sono da meno. Chiaro è che un torturatore con la pelle olivastra, la barba lunga, senza giacca e cravatta, che parla un idioma farneticante e incomprensibile ci darà sempre il pretesto per dire che il mostro è diverso da noi (una specie di autoassoluzione morale).

Siamo soliti pensare a un torturatore come a un sadico, ma il torturatore, quello “bravo”, non deve perdere la sua vittima. Torturatori non si nasce, si diventa, scientificamente, tanto altrove come in Italia (fisica o psicologica, sempre tortura è, tanto in Italia non esiste come reato).

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Torturatori si diventa e non dipende necessariamente dal proprio carattere, ma dall’influenza delle condizioni circostanti in cui una persona si trova ad agire. A dirlo e dimostrarlo, scientificamente, nei primi anni ’60 è stato Stanley Milgram, psicologo sociale, noto per i suoi esperimenti sull’obbedienza all’autorità (presente le scosse applicate all’apprendimento? quelle), capaci di dare esiti così sconvolgenti sulla predisposizione al male nell’uomo da essere messo al bando dalla comunità scientifica.

In sostanza cosa ci svela il vecchio Stan? Che un mostro, poste le dovute condizioni, non è solo dentro ciascuno di noi, ma è pronto a manifestarsi.

La gente per bene non può tollerare che il cattivo sia anche educato e gentile, che vesta con gusto e abbia una famiglia, in altre parole: insospettabile. La gente per bene non può sopportare che il mostro sia anche una persona normale: meglio sia evidente, distintivo, diverso, ma un torturatore non è nulla di tutto questo. Non lo dico io, l’ha dimostrato Milgram e non è un’opinione.