Giacomo, o meglio il “dottor Giacomo Maria Poretti, prego”, compra una “brochure originale” di poesie di Ungaretti al “prezzo speciale” di 40mila euro e parla al telefono dei suoi coraggiosi investimenti in “Burgundi” che lo sa che il governo lì è instabile ma “se non rischio tutto non mi diverto” dice alla bella Assia (Francesca Neri), addetta ai finanziamenti in banca. Aldo, con la faccia dipinta di nero, illustra ai colleghi venditori ambulanti il suo progetto per una bancarella di vestiti con tanto di microfono e angolo cucito per modifiche veloci perché “sento che la crisi è passata”, dice. E’ l’incipit de Il ricco, il povero e il maggiordomo, il nuovo e ottavo film di Aldo Giovanni e Giacomo. E diretto dal trio assieme a Morgan Bertacca (prodotto da Medusa), in sala da giovedì 11 dicembre.

Continuiamo con la trama. I destini di Aldo e Giovanni si incrociano quando l’auto del primo, guidata dall’impeccabile maggiordomo Giovanni, imbocca una strada contromano e travolge Aldo in fuga dai vigili urbani: lui finge di stare malissimo così Giacomo, per non farsi beccare nell’imbarazzante situazione di aver investito un “apolide maculato”, se lo porta a casa e gli offre 1000 euro in cambio di lavoretti vari nella sua grande villa con piscina. Peccato che di lì a poco in Burgundi c’è un colpo di stato e perde tutto: soldi, casa, società, macchina. Ad ospitarlo, assieme al maggiordomo, è proprio Aldo che vive ancora con la madre dall’assurdo nome di Calcedonia (Giuliana Lojodice) che minaccia continuamente di buttarsi dalla finestra proprio a causa del figlio che “due sogni aveva – racconta – e tutti e due falliti: matrimonio e bancarella”. 

A tutto ciò va aggiunto che Aldo è tapinato dalle donne: tutte vogliono portarselo a letto, la pasticcera Samatha (Rosalia Porcaro), la venditrice di catorci Luana (Chiara Sani), persino Assia, seppur credendolo un finanziatore azero, ma lui niente, traumatizzato com’è dalla sua ex fidanzata Angelica che anni prima l’ha piantato sull’altare per farsi suora e che lui invoca ancora nelle sue notti da sonnambulo. La sua forza però la mette tutta nell’allenare una squadra di calcio di ragazzini extracomunitari della parrocchia come China, che si chiude sempre nell’armadietto, Muffin, Cioccoblocco, Spiderboy, Micio Macho e Scricciolo che Padre Amerigo (Massimo Popolizio) tenta inutilmente di costringere al catechismo. Che Giacomo ha una moglie che parla francese anche quando lo insulta, si rifà continuamente tanto che le scoppia una tetta e proprio come i cani indossa il collare elisabettiano per non grattarsi dopo un “riposizionamento morfologico di un orecchio”, e un figlio che costringe a giocare a golf mentre a lui piace il calcio e finirà nella sgangherata squadra di Aldo. E che Giovanni è fissato con le armi orientali tipo Kill Bill che ci intaglia meloni e siepi, e ha un’improbabile storia d’amore e sesso con la cameriera venezuelana Dolores (Guadalupe Lancho) che somiglia tanto alla colombiana Gloria di Modern Family, ma siccome lui non ha il coraggio di dirlo al capo, da cui peraltro non avrà più i soldi della liquidazione pure quelli svaniti in Burgundi, se ne rivà in Venezuela per tornare solo quando Giovanni si decide a sposarla, nonostante uno, no due, anzi tre figli.

Non si ride tanto come accadeva ai tempi di Tre uomini e una gamba o Chiedimi se sono felice, le gag sono un po’ scontate, loro appaiono un po’ stanchi, lo sembravano anche l’altra sera da Fazio, del resto gli anni passano per tutti e qui si vede. Però è sempre meglio del classico cinepanettone e ha un senso che riassume bene Giacomo quando dice che “c’è la crisi, la solidarietà e il sapersi accontentare” e poi almeno è un film “ecologico” grazie all’abbattimento dei consumi energetici, l’uso limitato di materiale inquinante e il corretto smaltimento dei rifiuti. Lode al merito.