La (fascio)mafia è ufficialmente approdata a Roma. Dunque, parliamo d’altro (o forse no).

Germania, Europa. Tugce Albayrak, (23 anni), cittadina tedesca, è morta così: il 15 novembre, a Offenbach (Assia), aveva difeso due ragazzine minorenni (dopo questi fatti sparite nel nulla) dall’aggressione di un branco di bulli nel bagno di un noto fast food. “Non si era fatta gli affari suoi”, insomma.

Il gruppo di bulli autori della aggressione l’ha attesa fuori dal fast food, Tugce è stata circondata e il capo-bullo Sanel M. (18 anni) lha colpita alla testa con un pugno. Tugce è caduta, ha battuto la testa sul marciapiedi. Un “uno-due” fatale. Nulla da fare. Coma, irreversibile. Due settimane dopo la scena truce avvenuta in quel fast food tedesco, i genitori di Tugce hanno autorizzato la “buona morte” e i medici hanno staccato la spina.

Fine della storia?

No. In Italia, nessuno o pochi ne ha parlato. Giornali e tg l’hanno considerata “cronaca locale tedesca” (ma la cronaca locale è – di questi tempi – globale).

In Germania c’è stata una mobilitazione popolare amplificata dal tam tam sul web; Tugce è diventata un simbolo della lotta all’indifferenza in una società indifferente.

Attenzione: Tugce e Sanel sono nati e cresciuti tedeschi, sono tedeschi e hanno radici in altre parti del mondo. Ma nelle cronache sui giornali di Berlino, Amburgo e Francoforte (perfino sulla “famigerata” Bild) c’è stato assoluto silenzio sulle origini etniche e religiose della ragazza e del suo aggressore. Un violento e la sua vittima. La notizia e i ruoli non cambiano se si aggiunge che l’una aveva i bisnonni turchi e l’altro i genitori serbi.

Cosa racconta a noi questa storia?

Un sacco di cose. Ma soprattutto una sul linguaggio di una società multirazziale. Racconta che i cittadini (soprattutto in cronache così violente) sono e devono essere tutti eguali, senza pre-giudizi; e insegna che non c’è differenza tra chi subisce o compie violenze in relazione al luogo dove sono nati genitori, nonni o antenati.

Uno può dire: ma noi italiani che cosa c’entriamo? C’entriamo, eccome, perché ormai non ci rendiamo più conto di quanto può essere “violento” e quanto può indurre al pregiudizio il linguaggio usato dai nostri giornali (e nei nostri bar).

Fate un esercizio usando uno qualunque dei nostri giornali locali e immaginate che la storia di Tugce sia avvenuta (come è possibile) in un Mc Donald’s di Verona o di Forlì, Catania e Alessandria. Cronaca: “Una ragazza residente in Italia, ma di origini turche…è stata picchiata a morte da un cittadino italiano ma di origini maghrebine…”. E’ quotidiano trovare cronache simili sui giornali italiani. Dove quel “ma” scava un doppio fossato profondo tra mondi e tra due modi di raccontare la medesima cosa. Basterebbe solo mettere una “e”, una congiunzione anziché una contrapposizione, per dare un tono diverso alle cronache. Un “ma” anziché una “e” suona come una presa di distanza e una invito implicito: “state tranquilli, questa vicenda è tra noi ma lontana da noi”. Un linguaggio giornalistico che crea mostri o li allontana dalla comunità alla quale si rivolge.

Almeno in questo, le parole usate nelle cronache tedesche su Tugce Albayrak raccontano che la Germania è una società senza pre-giudizi: che importanza ha sapere dove sono nati i nonni di Tugce?

Post scriptum, per tornare alla “fasciomafia” di Roma: la banda criminale del neofascista Carminati si è arricchita e ha arricchito un ceto politico proprio sfruttando i flussi di immigrati in Italia. Altro che “razzismo” del linguaggio e delle parole!