Grazie a lui il sistema produttivo del Nordest potrà contare su una nuova banca. Enrico Marchi, fondatore con Andrea de Vido della Finanziaria internazionale (Finint), è riuscito infatti a mettere le mani sulla Arner bankistituto di credito noto alle cronache finanziarie per avere avuto la famiglia Berlusconi fra i suoi migliori clienti e per essere stata al centro di una grossa inchiesta per evasione fiscale con tanto di commissariamento per violazioni in materia di antiriciclaggio e rinvii a giudizio per gli ex vertici. “Coroniamo un disegno industriale partito nell’anno di fondazione, il 1980”, ha spiegato subito dopo l’annuncio Marchi, che attraverso Finint controlla Save, società che gestisce l’aeroporto di Venezia. L’acquisizione di Arner consente infatti alla finanziaria veneta di trasformarsi in istituto di credito attraverso la licenza bancaria di Arner in Italia. Ma soprattutto l’operazione permetterà a Marchi di acquisire più potere e indipendenza tagliando idealmente il cordone ombelicale con le assicurazioni Generali, che, sotto la gestione di Giovanni Perissinotto, hanno ampiamente finanziato i progetti di Finint.

Per il finanziere trevigiano, classe 1956, l’acquisto di Arner, avvenuto a un prezzo “marginale” rispetto alle potenzialità del progetto, è insomma un punto di partenza. E l’impressione fra gli addetti ai lavori è che i primi frutti non tarderanno ad arrivare. Anche ora che le indagini della magistratura sulle tangenti del Mose hanno spazzato via buona parte delle entrature politiche legate all’era dell’ex governatore Pdl Giancarlo Galan. E che le inchieste hanno sfiorato Marchi attraverso l’amico Roberto Meneguzzo, numero uno della Palladio finanziaria, socia di Generali accanto a Finint attraverso la scatola Ferak.

Con Marchi, insomma, la finanza del Nordest tenta di rialzare la testa. Forte anche di un potente network di imprenditori come i Benetton, gli Zoppas e gli Amenduni, da sempre vicini alla Finint. Non a caso il percorso del finanziere trevigiano e del suo socio de Vido parte proprio dalla gestione di grandi patrimoni, attività che la Finint degli anni ’80 affianca alla finanza strutturata e agli investimenti diretti nel capitale di società dal futuro promettente. A soli dieci anni dalla sua creazione la finanziaria veneta, che oggi conta più di 500 dipendenti e 285 miliardi in gestione, è una realtà consolidata. Affianca giganti come la francese BNP Paribas in grosse operazioni come la prima cartolarizzazione bancaria europea (100 miliardi di valore), quella della fallimentare Italease.

Il colpo grosso negli aeroporti arriva però solo nel 1999, quando la controllata Agorà investimenti, partecipata da Generali, compra il 20% di Save – aeroporto Marco Polo di Venezia. Appena un anno dopo le strade di Marchi e Perissinotto si intrecciano indissolubilmente: le assicurazioni Generali entrano con il 10% nel capitale di Finint, che fa crescere Save trasformandola in un polo aggregatore di aeroporti capace di far gola a colossi internazionali del calibro della tedesca Fraport. Per il gruppo veneto, cui oggi fanno capo gli scali di Venezia, Treviso e Verona, oltre a una quota importante dell’aeroporto belga di Charleroi, è l’inizio di un lungo idillio con il Leone di Trieste. Un intenso scambio che passa per una serie di operazioni con parti correlate. Prima fra tutte la consulenza, in qualità di advisor finanziario, nella quotazione in Borsa di Banca Generali nel novembre 2006.

Il forte legame con la compagnia di Trieste e con il suo ad Perissinotto costerà però caro a Marchi, che difenderà l’operato dell’ex ad anche dopo la sua defenestrazione. Nel mirino del nuovo amministratore delegato delle Generali, Mario Greco, finiranno infatti proprio una serie di operazioni realizzate con Finint da Perissinotto e dal suo braccio destro Agrusti fra il 2000 e il 2007 e che secondo i nuovi vertici potrebbero danneggiare Generali. Uno scontro inedito nei salotti buoni della finanza italiana con Mediobanca, primo socio delle Generali, che si schiera contro i finanzieri veneti. La frattura sulla gestione della compagnia triestina è infatti solo un frammento di un più ampio scenario di regolamento di conti nell’azionariato del Leone di Trieste. Non a caso, contemporaneamente allo scontro sulle operazioni fra Generali e Finint prende corpo anche la rottura di Effetti, scatola di fondazione Crt e Ferak (composta da Finint, Palladio, Veneto Banca, nonché le famiglie Zoppas e Amenduni) cui fa capo il 2% delle Generali.

A vincere la partita è la Mediobanca di Nagel, che sostiene Greco ai vertici delle Generali. E così Marchi è costretto a dire addio per sempre all’intenso legame passato con Trieste. Da qui l’esigenza di nuovo assetto finanziario per il Nordest. Possibilmente con una banca che, ha sottolineato Marchi, “è stata voltata e rivoltata più volte” e quindi non ha più “scheletri negli armadi“. In ogni caso Marchi, a domanda diretta sulle sorti degli archivi della banca, ha risposto con una battuta che non lascia spazio a equivoci: “Butteremo via la chiave”.