Per il mondo della finanza è il fondatore della Mediobanca del Nord-Est. Roberto Meneguzzo, arrestato mercoledì per l’ipotesi di concorso in corruzione e rivelazione di segreto di ufficio nell’ambito delle indagini sugli appalti per il Mose, è infatti l’uomo che, con la sua Palladio Finanziaria, avrebbe dovuto dar voce al mondo degli imprenditori veneti con investimenti importanti come le Assicurazioni Generali. Il suo nome è invece finito nella lista dei protagonisti delle carte giudiziarie sugli appalti del Consorzio Nuova Venezia (Cnv) sulla scia delle indagini condotte dalla Procura di Venezia sull’azienda consorziata, Mantovani, il cui ad, Giorgio Baita, avrebbe distratto parte dei fondi destinati al Mose spostandoli su conti all’estero. E il marchio della sua Palladio è anche stato citato nell’inchiesta della Procura di Milano sull’Expo nel capitolo dedicato alla Città della Salute. Non certo un felice epilogo per Meneguzzo e per Palladio, le cui sorti rischiano di pesare anche sulla Veneto Banca di Vincenzo Consoli: secondo l’ultimo atto depositato in Camera di Commercio a metà del giugno 2013, l’istituto di credito infatti è socio della finanziaria con il 9,85%, ma ha anche in pegno altre tre quote per un ulteriore 29 per cento.

Di sicuro l’arresto mette la parola fine ad un ambizioso progetto personale e professionale che ha visto una piccola cerchia del Nord-Est tentare l’ingresso in grosse partite finanziarie del Paese. Grazie anche ad appoggi politici che da sempre il finanziere vicentino coltiva: Meneguzzo, legato da rapporti di amicizia al faccendiere Marco Milanese, fiduciario dell’ex ministro Giulio Tremonti e vicino a Valentino Valentini, l’uomo di Berlusconi che gestisce le relazioni con Vladimir Putin, è la testa di ponte di una nuova finanza del Nord intenzionata a cambiare il volto del salotto milanese di Piazzetta Cuccia.

Proprio lui che a Mediobanca deve l’inizio del successo: alla fine degli anni Ottanta, è il banchiere Enrico Cuccia, all’epoca dominus indiscusso del salotto milanese, a comprarsi per una ventina di miliardi le attività di leasing di Palladio. Per la finanziaria veneta, di cui Meneguzzo era all’epoca solo un partner, benché molto vicino all’allora presidente, Armando Cremonese, è il salto di qualità atteso da tempo con l’apertura verso nuove e più importanti partite. E con la benedizione dello storico banchiere di Antonveneta, Silvano Pontello. Per Palladio, di cui sono attualmente socie, oltre a Veneto banca, anche il Banco Popolare, Mps e Intesa SanPaolo, inizia una nuova fase in cui entrano in gioco anche nuovi personaggi come l’attuale presidente Roberto Ruozi, ex rettore della Bocconi vicino al banchiere Gianpiero Fiorani e alla sua Popolare di Lodi che, nell’estate calda del 2005, sostenne le scalate degli immobiliaristi con il supporto dell’ex governatore Bankitalia, Antonio Fazio.

Dalla partita degli immobiliaristi, Meneguzzo resta fuori. Preferisce muoversi con cautela nel delicato mondo della finanza milanese. E alla fine del 2005 entra nel capitale delle Generali guidate da Giovanni Perissinotto attraverso Ferak, un veicolo in cui compaiono nomi di peso della finanza veneta come Enrico Marchi e Andrea De Vido (Fin. It), le famiglie Amenduni (gruppo Valbruna) e Zoppas. Pochi anni più tardi, nel 2010, il ruolo nelle Generali aumenterà grazie ad un accordo fra Ferak e la Fondazione Cassa di risparmio di Torino (Crt): l’intersa porta alla nascita di Effetti che compra il 2,84% delle Generali in mano fino ad allora ad Unicredit. La buona stella di Meneguzzo splende finchè un giorno la sorte gira. 

Negli ambienti finanziari milanesi c’è chi è pronto a giurare che il periodo buio inizi con il tentativo di conquistare Fondiaria Sai dando mano forte al fondo Sator di Matteo Arpe. Con quella operazione, poi fallita, Meneguzzo si mette di traverso alla Mediobanca di Alberto Nagel che invece è grande sponsor dell’ingresso in scena di Unipol. La partita del resto è molto delicata perché mettere le mani sulla Fondiaria dei Ligresti significa avere l’opportunità di cambiare l’assetto finanziario del Paese grazie ad un corposo pacchetto di partecipazioni che Premafin-Fondiaria hanno in pancia e che all’epoca andavano da Mediobanca a Gemina fino all’editore del Corriere della Sera, Rcs. Meneguzzo tutto questo lo sa bene e, per l’occasione, Palladio rastrella fino al 5% della Fondiaria. Ma alla fine, nell’aprile 2012, la vittoria va alla Unipol e al suo ad Carlo Cimbri, oggi al centro di un’indagine della magistratura per aggiotaggio.

Intanto a Trieste spira la Bora: l’ad delle Assicurazioni Generali, Giovanni Perissinotto, ritenuto vicino a Marchi, viene accompagnato alla porta con tanto di causa di lavoro al seguito. Al suo posto, a giugno 2012, viene nominato amministratore delegato della compagnia triestina, Mario Greco, che annuncia il nuovo corso delle Generali con la cessione delle partecipazioni non ritenute strategiche. Contemporaneamente all’interno di Effetti iniziano i litigi con Crt e Ferak che sono ormai separati in casa con davanti la possibilità di un doloroso e costoso divorzio. E’ a quel punto che la gestione Greco accende un faro sui conflitti di interesse di Perissinotto, di Meneguzzo e della sua Palladio con le Generali. Viene messo sotto osservazione un giro di investimenti con parti correlate che ha portato l’iscrizione a bilancio per le Generali di 234 milioni di perdite su un totale di 660 milioni di voci direttamente o indirettamente legate alle società Ferak ed Effeti. Palladio, che ha all’attivo un portafoglio di partecipazioni da 336 milioni, intanto accusa il colpo della crisi e archivia il bilancio 2012 con 45 milioni di perdite a fronte dei 5 milioni di utili dell’anno precedente. Un rosso che non lascia ben sperare.

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